Esterno Notte, di Marco Bellocchio

A Cannes75 e in sala divisa in due passaggi la serie semina indizi tra le immagini e i detriti sonori, trasla il reale in una dimensione sospesa dove convivono repertorio e set, realtà e messinscena

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I rumori fuori dalle finestre raccontano di una città in stadio di assedio, di una guerra che infuria per le strade di Roma, nel corso dei primi due vertiginosi episodi della serie di Marco Bellocchio “intorno” al caso Moro: sirene di ambulanze e macchine della polizia, slogan e urla che riecheggiano dagli scontri di repressione dei cortei. Il gioco con il repertorio non è solo quello sempre inarrivabile che ritroviamo nel Bellocchio contemporaneo, con le immagini sgranate dell’archivio catodico che dialogano come fessure infradimensionali con lo spaziotempo del set, esondando dai finestrini delle automobili, dagli schermi, dalle vedute fuori dai balconi. No, stavolta a contribuire ad un senso di fine del mondo imminente c’è anche la sensazione costante di una società ad un passo dall’esplodere fragorosamente, innanzitutto come detrito sonoro sullo sfondo delle “stanze dei bottoni” che la serie attraversa – Cossiga come J. Edgar Hoover fa installare un centro avanguardistico di intercettazioni telefoniche ma i macchinari captano soprattutto deliri di persone costrette alla solitudine, o le teorie astruse di visionari convinti di vedere Moro in sogno.
Anche in giro per la città regna il caos, le coppie si bucano sugli autobus davanti agli anziani passeggeri che evocano il regime, e mentre il nugolo di brigatisti decide il da farsi, intorno a loro è tutto uno scippo di borsette coi motorini. Nell’episodio forse più abissale, quello dedicato al Cossiga di Fausto Russo Alesi che si guarda ripetutamente le mani macchiate come Macbeth ed è convinto che Moro stia fissando proprio lui dalla celebre foto mandata ai giornali dalla cella di prigionia, il politico corre a perdifiato per i corridoi, non dorme mai ma si rintana continuamente in uno stanzino insonorizzato e buio, ma sembra comunque il personaggio meno esagitato tra i generali che invocano lo stato di guerra, i medium, e gli esperti in ostaggi mandati “dagli americani”. Sembra tutta una grande messinscena, come le decine di false piste e depistaggi, e infatti ad un certo punto qualcuno scambierà una rappresentazione teatrale scolastica instant sul rapimento, per un rifugio del vero Moro.
È vero, produttivamente Esterno Notte rappresenta un nuovo picco per la stagione d’oro della serialità italiana, attraversata com’è da altissimi momenti di cinema abbacinante in cui Bellocchio trasla la vicenda istituzionale in allucinazioni ancestrali, cadaveri lungo il fiume e via crucis della classe dirigente. Nel folto gruppo di sceneggiatori c’è un po’ tutta la squadra di 1992, sempre più il vero prodotto-spartiacque della produzione “politica” nazionale (che ha figliato non solo Il traditore ma anche Hammamet, per dire), anche per le invenzioni di montaggio di Francesca Calvelli, altro trait d’union decisivo per il true crime all’italiana. E però Bellocchio tra le righe sembra suggerire che, insomma, non è poi tutta questa novità l’autorialità al confine tra i due formati, Moro/Gifuni parla del Pinocchio tv di Comencini ai suoi studenti e la radio annuncia Cristo si è fermato a Eboli di Rosi in due versioni, cinematografica e televisiva.

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La radio, ancora una volta un indizio che arriva da una fonte sonora: com’è noto, la serie segue una narrazione legata a singoli personaggi, e non una progressione cronologica di puntata in puntata. Ecco, due dei momenti più struggenti sono probabilmente due telefonate, a rafforzare ancora la sensazione di un impianto in cui le voci (in sparute occasioni anche quelle dei pensieri dei protagonisti) assumono un’importanza primaria. Nel bellissimo episodio dedicato a Eleonora Moro/Margherita Buy, una brevissima telefonata dove la donna, coriacea e spesso sferzante con le continue visite ufficiali che riceve a casa, chiama la moglie del capo della scorta all’indomani dell’attentato omicida; e un momento di umanissima indecisione di Paolo VI/Toni Servillo quando deve scrivere il celebre discorso rivolto ai brigatisti, e si fa consigliare per telefono in piena notte da Padre Curioni/Paolo Pierobon.
In questa smolecolarizzazione continua di icone di cui la Storia ha tramandato la versione infrangibile, e qui invece vanno a pezzi, questa ricerca per l’appunto di un corpo che non si trova più gira intorno all’immagine ritornante (e ancora una volta di repertorio) del finto ritrovamento sui fondali ghiacciati del lago della Duchessa. Il comunicato delle BR che indicava il luogo col cadavere di Moro era falso, ma la squadra di sommozzatori che con grande dispiego di forze si immerge sotto la neve e le lastre ghiacciate rivela per Bellocchio la condizione di inafferrabilità dello spettro di Moro. Proprio come già nel celebre finale di Buongiorno, notte, Aldo Moro forse si agita ancora subito sotto la superficie ingannatrice delle cose, oppure è ancora incastrato, sospeso nelle profondità della Storia come le voci di questa serie, mentre ci si affanna con grandi mezzi a cercarlo esattamente dove non potrebbe mai davvero trovarsi.

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Regia: Marco Bellocchio
Interpreti: Fabrizio Gifuni, Toni Servillo, Margherita Buy, Fausto Russo Alesi, Daniela Marra, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Pierobon
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 330′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
3.52 (21 voti)
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