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Eternal – Odissea negli abissi, di Ulaa Salim

Vive di flash, di sospensioni, che guarda nel tempo e ci corre contro e attraverso. Un’opera che, pur parzialmente imbrigliata dalla sua struttura, cerca con coraggio la propria voce

L’eco-ansia che si insinua nella storia d’amore. Ne scandisce il ritmo, la fissa dritta negli occhi. Nel guardarla si trasforma e la trasforma, muta, soverchia e cede il passo. Si confonde nel flusso delle immagini e dei pensieri.

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È davvero uno strano oggetto l’Eternal – Odissea negli abissi di Ulaa Salim. Apparentemente semplice da intercettare – almeno secondo le traiettorie di genere che il film sembra palesare fin dai primi minuti – e tuttavia più complesso da maneggiare nella misura in cui arriva a disattendere determinate aspettative. Pesca via via a piene mani da antesignani per lo più illustri, ma tenta insieme di strutturare un proprio discorso che vada alla ricerca di un piccolo spazio di manovra autonomo (da pensare ed eseguire “manualmente”). Con una voce che, seppur flebile, possa offrire tonalità nuove alla polifonia da grande schermo.

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Del resto, anche prevedibilmente, all’interno del secondo lungometraggio del regista danese si intravedono tracce dei “viaggi gemelli” di Kubrick e Tarkovskij; si carpiscono tensioni e ossessioni tipiche di James Cameron; si rileggono suggestioni provenienti da molta della narrativa apocalittica per immagini del post 2000 (The Core di Jon Amiel e tutto ciò che, ben prima del regista inglese e ben oltre lo schermo, ha nutrito per decenni il sogno del viaggio interstellare o al centro della Terra).

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Ma trattasi più che altro di segni, di rimandi, di omaggi appassionati. Di un sistema di riferimenti che nell’imbellettare la missione sottomarina del giovane Elias – e dunque il tentativo ultimo dell’umanità di ricucire in extremis la “frattura” con il pianeta – dichiara però apertamente di non poter rinunciare al privato. Al rapporto, tormentato ed eterno, tra il protagonista e il primo amore Anita. A una storia di speranze ed egoismi. A una luce, forse mai realmente spentasi del tutto, che di fronte a un’altra luce – quella della spaccatura sul fondo dell’oceano – vive nei ricordi e dunque nelle immagini. In bilico tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Faccia a faccia con un processo di coscienza che si inabissa tra cuore e mente e che, forse anche qui inevitabilmente, fa da spola tra i flash accecanti targati Boyle e Garland (Sunshine, Annihilation) e le soglie interiori tratteggiate da Gray e Renck (Ad Astra, Spaceman).

Quel che rimane, osservando il bel finale/flashback sulla spiaggia di Eternal – Odissea negli abissi, è la sensazione di un film che vive di qualche intrigante folgorazione e di attimi sospesi; che ha il coraggio di guardare nel tempo e di correrci attraverso/contro. Simbolo di un cinema che, se troverà la forza di liberarsi di certe sovrastrutture che ancora lo imbrigliano (la divisione episodica, pur non claustrofobica, aggiunge ben poco al film), avrà presto l’occasione di spiccare definitivamente il volo.

Regia: Ulaa Salim
Interpreti: Simon Sears, Nanna Øland Fabricius, Anna Sogaard Frandsen, Viktor Hjelmso, Oscar Langer, Magnus Krepper, Halldóra Geirharðsdóttir, Iselin Shumba Skjaevesland
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 99′
Origine: Danimarca, Islanda, Norvegia, 2024

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
3.4 (5 voti)

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