Everybody Digs Bill Evans, di Grant Gee
Il film scava nel lato intimo del grande pianista, nella trama delle relazioni familiari, tra i silenzi e le pause. E si muove per tonalità e assonanze più che per azioni. Berlinale76. Concorso
Ormai lo standard del biopic, specie musicale, è di rinunciare a raccontare le vite dei protagonisti, per concentrarsi invece su un momento “cruciale” del loro percorso. Non più il ritratto compiuto, a tutto tondo, ma il puro e semplice abbozzo di un disegno, da cui far emergere il particolare indicativo. Grant Gee si allinea alla tendenza e affronta un periodo particolare della vita di Bill Evans, quello immediatamente successivo alla morte per incidente stradale di uno dei membri del suo trio, il contrabbassista Scott LaFaro. È il 1961 e si sono appena concluse le serate al Village Vanguard, sessioni di registrazione da cui nasceranno i celebri album Sunday at the Village Vanguard e Waltz for Debby. La morte di LaFaro fa piombare Bill Evans in una crisi profonda, segnata dall’eroina. Il fratello maggiore Harry prova a spronarlo, lo prende in casa con sé e la sua famiglia. Ma il buco nero che ha risucchiato il pianista, ormai una celebrità, non sembra avere vie d’uscita. Così, per un po’, Evans è costretto a staccare da tutto, dalla musica, dagli impegni, dalla relazione precaria e tormentata con la sua fidanzata Ellaine. E si rifugia a casa di suo padre e sua madre, ormai stabiliti in Florida.
Everybody Digs Bill Evans, dal titolo dell’album del ’59, tra i primi ad affermare lo stile del jazz di Evans, scava nel lato intimo del protagonista. Lasciando da parte qualsiasi approccio “narrativo” al suo universo musicale, prova a ritessere la trama di rapporti. Quello con il fratello Harry, apparentemente più equilibrato e stabile, ma lacerato da un tormento segreto. Forse anche da una sottile invidia nei confronti di Bill, che nella musica ha avuto l’affermazione e la fama che lui non è mai riuscito ad ottenere. La relazione con Ellaine, fatta di ripensamenti, tira e molla e dosi d’eroina. Ma soprattutto il rapporto con i genitori, la madre Mary e il padre Harry. Ed è proprio qui che prende corpo la dimensione emotiva più vibrante del film. Nella sospensione di questa pausa musicale in Florida. Specialmente nei momenti di confronto tra Bill, silenzioso, riflessivo, pacato nei modi, nonostante la profonda inquietudine, e il padre Harry, autodistruttivo, amante dell’alcool, logorroico… E se Anders Danielsen Lie lavora di sottrazione per dar volto e corpo al protagonista, è lo straordinario Bill Pullman a giganteggiare nell’interpretazione di questo vecchio gallese deluso dalla vita e con l’anima piegata.
Ma, in ogni caso, tra le parole e le cose non dette, accade ben poco. Perché non è il dramma ciò che conta. Gli eventi sono solo dei brevissimi flash, come quelli a colori degli anni ’70, che raccontano i suicidi di Ellaine e di Harry, fino agli ultimi attimi della vita di Evans. No, Grant Gee, al suo primo film di finzione, dopo una lunga frequentazione del documentario, specie musicale (Meeting People is Easy sui Radiohead, Joy Division, Istanbul e il museo dell’innocenza di Pamuk) non si lascia andare alla fascinazione della narrazione. È piuttosto interessato a dar forma a ciò che sta in mezzo, a trovare l’immagine di un’atmosfera. Non tanto di un contesto storico o di un ambiente, quanto di un umore particolare, di uno stato d’animo. Del resto, per sua stessa dichiarazione, è innanzitutto da una fotografia che è nato il suo interesse per Bill Evans. Uno scatto di Lee Friedlander dei primi anni ’60, in cui sembrava quasi che il pianista “avesse visto un fantasma”. E perciò è sul piano dell’immagine che Gee lavora. Come dimostra già l’incipit. I concerti al Village Vanguard, nell’eleganza del bianco e nero, si aprono a un serie di stacchi formali di montaggio, fino a che le corde del contrabbasso diventano le linee della strada percorsa di notte dall’auto di LaFaro. Il risultato è un film che si muove per assonanze, tonalità, per allusioni e suggestioni più che per azioni e beat. Alla ricerca del chiarore abbagliante che si fa strada tra le ombre. Quella specie di “luce e leggerezza” creata dalla musica di Evans, nonostante il mondo che crolla attorno e dentro di lui.





















