Ezio Bosso. Le cose che restano, di Giorgio Verdelli

Fuori concorso a Venezia78, il documentario racconta la vita, la carriera ma soprattutto l’anima dietro l’uomo che ha dato alla musica classica italiana e mondiale un nuovo volto.

Giorgio Verdelli non è nuovo al racconto delle vite di artisti musicali. Portano infatti la sua firma sia Paolo Conte, via con me (presentato a Venezia lo scorso anno) che Pino Daniele – Il tempo resterà. Sempre non abbandonando il mondo della musica, il regista ha diretto anche un docufilm narrato da Sonia Bergamasco, intitolato Mia Martini: Fammi sentire bella. Riguardo a questa ultima fatica, lo stesso Verdelli ha dichiarato di essersi approcciato al racconto della figura di Ezio Bosso in maniera più diretta e viscerale rispetto ai suoi lavori precedenti, facendo sì che qui fosse l’artista stesso a raccontarsi il più possibile attraverso le sue parole. Questi momenti privati e pubblici di Bosso diventano la chiave di volta per tutte le variegate voci che si susseguono nel racconto. Da Gabriele Salvatores a Carlo Conti, da Silvio Orlando a Enzo Decaro, tutti gli interventi sembrano quasi “prestati” alla narrazione che Bosso crea su di sé involontariamente, attraverso il suo approccio alla vita e alla musica.

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“The Things That Remain”, le cose che restano. Un titolo caro allo stesso Bosso, poiché oltre a rappresentare una parte della sua carriera artistica, l’artista ha deciso di attribuire questo nome anche ad un progetto collettivo. Tutto il documentario è infatti un omaggio dichiarato alle “cose che restano”, da sempre, dopo la scomparsa di un’artista, che in questo caso è Bosso, e quindi dall’universale si passa al particolare. Il risultato è la ricerca dell’emozione, che infatti erompe prepotentemente nel finale, rompendo gli argini che il film, confezionato in un certo modo, si era costruito. Nonostante sia evidente questo paradosso, per cui Ezio Bosso. Le cose che restano cerca sempre di emozionare senza sbottonarsi mai troppo, il sentimento finisce sempre per permeare inevitabilmente ogni respiro e ogni movimento. Il documentario di Verdelli infatti è molto lineare, lascia fare tutto al suo protagonista, non aggiunge e non toglie. Questa assenza di una forte mano autoriale potrebbe esser vista come un demerito eppure presenta aspetti positivi da non sottovalutare. Lasciare infatti che siano le immagini e le parole a parlare, senza appesantirle, specie in un genere come il documentario, è una boccata d’aria fresca.

 

Regia: Giorgio Verdelli
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 104′
Origine: Italia, 2021

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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