Fabian. Going to the Dogs, di Dominik Graf

Vivace trasposizione dell’omonimo romanzo di Erik Kastner che parte con sperimentazioni avanguardistiche per approdare ad un melodramma amoroso. Superba prova attoriale dei tre protagonisti.

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Ultimi bagliori del crepuscolo della Repubblica di Weimar. È il 1931 ed Erik Kastner pubblica il suo romanzo Fabian. Going To The Dogs che è lo specchio fedele di una società che si sta dissolvendo per lasciare spazio alla follia del nazismo. Dominik Graf affronta il tema del libro partendo dalle vicende di Jakob Fabian (Tom Schilling), un reduce della Prima Guerra Mondiale con un disturbo da stress post traumatico. Il suo innamoramento per Cornelia (Saskia Rosendahl) e la sua salda amicizia con l’aristocratico Stephan Labude (Albrecht Schuch) sono attraversati dall’atmosfera decadente di una Berlino notturna che sembra uscita dai quadri di George Grosz e Otto Dix.

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Il modello è Opera senza autore di Florian Henckel Von Donnersmarck nella variante lisergica. Il maestro Dominik Graf nella prima ora di film spara tutto l’armamentario delle attrazioni spettacolari: un lungo piano sequenza nella metro di Berlino che collega i giorni nostri al 1931; flash-back e flash-forward che si alternano in un montaggio sincopato, found footage, super 8, materiale d’archivio degli anni ’30, accelerazioni da comica muta, doppie voci narranti e quadrupli split screen. Sembra di vedere Cabaret di Bob Fosse girato alla maniera di Godard. In questo quadro tra l’allucinato e l’iperrealista viene resa perfettamente quell’aria da imminente fine del mondo che sembra scuotere i corpi. Sesso, droga, alcol, fumo (marche di sigarette ovunque). Prostitute attempate, ninfomani alto borghesi, gigolò per nobili annoiate, visioni di mostri sfigurati, locali di jazz importato dagli anni ruggenti USA (prima della grande crisi depressiva del 1929). In mezzo a tale inferno di morti-viventi, le tre figure Fabian-Cornelia-Stephan (angeli caduti ?) verranno irreversibilmente infettate da questo contesto malato.

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Le tre prove attoriali sono davvero strepitose e sorreggono il film proprio quando sta per deragliare. Fabian è un piccolo borghese che dopo il dolore della Prima Guerra Mondiale si richiude in una posizione di cinica osservazione neutrale, scrivendo sul suo taccuino. Cornelia vuole coronare il sogno di attrice e non esita a vendersi al produttore/mecenate per ottenere il suo scopo. L’aristocratico Stephan è l’unico impegnato accademicamente e politicamente (infatti è ricercato dalla polizia nazista per le sue idee sovversive) ma la eccessiva sensibilità lo porterà in un vicolo cieco.

Nella seconda parte  Dominik Graf abbandona le sperimentazioni visive e si abbandona al melodramma amoroso con qualche scivolone da eccesso di zelo. Ma anche l’amore, direbbe Truffaut, è in fuga. E allora cosa rimane? La bellezza del gesto come nello stupendo monologo/provino che l’aspirante attrice Cornelia recita con una intensità inaudita perché arte e vita a volte magicamente coincidono. O come nella emozionante scena dell’incontro tra Fabian e il professore di università: in quello scendere e salire le scale, in quelle urla disperate e selvagge c’è tutto lo svelamento di un sistema di potere teso a fare comandare gli stupidi e i folli. Siamo all’alba del Terzo Reich. Non è un caso venga in mente Illusioni perdute di Honoré de Balzac nella trasposizione di Xavier Giannoli: tutti e due i protagonisti si ritrovano immersi dentro l’acqua del lago. Non c’è più posto per loro a questo mondo.

 

Titolo originale: Fabian oder Der Gang vor die Hunde
Regia: Dominik Graf
Interpreti: Tom Schilling, Albrecht Schuch, Saskia Rosendahl, Michael Wittenborn, Petra Kalkutschke, Elmar Gutmann, Aljoscha Stadelmann, Anne Bennent, Meret Becker
Distribuzione: PFA Films, RS Productions
Durata: 176′
Origine: Germania, 2021

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
Sending
Il voto dei lettori
4 (4 voti)
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