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Fabrizio Corona: io sono notizia, di Massimo Cappello

Ogni docuserie Netflix è a conti fatti un true crime, ma qual è il vero crimine di questa su Corona, o meglio che senso ha ancora l’aggettivo “true”? Una commedia all’italiana in stile Neri Parenti

Ripenso spesso ultimamente a Pomeriggi di solitudine di Albert Serra, e soprattutto al titolo dell’opera: qualcosa mi dice che la soledad del torero protagonista del documentario non sia legata unicamente ai momenti in cui è, lui e solamente lui, al cospetto del toro nell’arena gremita di appassionati – no, gli istanti in cui Andrés Roca Rey appare più abissalmente solo nel film sono piuttosto quelli in cui è nel van insieme a tutto il suo team, a corrida “vinta”, e i collaboratori per lunghi minuti non fanno altro che ripetere come un mantra inceppato una sfilza di complimenti iperbolici, di congratulazioni esagerate, di frasi di ammirazione smodata nei confronti di Roca Rey: Serra resta fisso sul volto dell’uomo, esausto sul suo sedile, con un’espressione vitrea, come se nemmeno sentisse le voci nell’abitacolo che lo osannano senza sosta.
Ecco, è probabile che Fabrizio Corona nella Corrida (non troppo a caso anche il titolo di uno storico programma di bullismo spettatoriale Mediaset) vedrebbe soprattutto l’ennesima metafora di una sfida che va assolutamente vinta, anche quando di fronte a te l’ostacolo è mostruoso (mai stato così vicino al mostro, giuro non ci sono mai stato), apparentemente insormontabile. La vera indignazione nei confronti di esempi di storytelling come questo dovrebbe allora scatenarsi, se proprio, nei confronti dell’ideologia della vittoria tutti i costi, dell’impegno motivazionale autodeterminato per “farcela”, della conquista individualista perseguita senza sosta: possiamo davvero chiamarli successi, questi?

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E infatti Albert Serra è proprio questa traiettoria epica, hemingwayana, che cerca di smontare con il suo Tardes de soledad, compresa l’idea che possa esserci qualcosa di mitologico, di sacro nella solitudine – mentre tutta l’esistenza di Fabrizio Corona, stando a questa miniserie Netflix, appare votata a cercarla ossessivamente, questa epica costante, questa celebrazione urlata del quotidiano (la vertigine dei festeggiamenti per la patente presa copiando all’esame di teoria come fosse la vittoria di uno scudetto), inversamente proporzionale alle bassezze compiute per costruire il proprio successo.
In questo, Corona è davvero come Andrés Roca Rey, ma non perché “prende il toro per le corna” quanto perché il regista Massimo Cappello lo inquadra costantemente isolato in questa specie di bunker mentre tutt’intorno sentiamo le voci dell’Italia berlusconiana erte a coro di una coeva, similare e sorrentiniana dissoluzione morale, se davvero vogliamo metterla così.

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Ecco, se è vero – come è vero – che, almeno per quanto riguarda le docuserie da piattaforma, oramai ogni storia è un true crime (e dunque Io sono notizia di fatto ha gli stessi elementi di Portobello di Marco Bellocchio, la diffamazione, il processo, il carcere…), resterebbe da chiederci quale sia il vero crimine in questo caso, o forse che definizione diamo oggi all’aggettivo “true”. E allora, il true crime ci ha insegnato quantomeno come “scenografare” un’intervista sia già un’indicazione precisa del taglio dell’operazione, e stavolta Netflix, nel tentativo di costruire formalmente interviste che superino il formato televisivo delle “teste parlanti”, sorpassa anche il coté già vertiginoso di Unica (il nostro Anatomia di una caduta, come scrissi allora).
Davvero, basterebbe guardare all’assurda e sperperona maniera con cui sono “fasciate” le interviste di Io sono notizia, con personaggi intervistati sotto coperta negli yacht, o seduti nel bel mezzo dell’ orto di un penitenziario (spoiler?), per renderci conto che siamo finiti ancora una volta dentro un canovaccio da commedia all’italiana, con gli avvocati maneggioni, gli autisti che dicono “Capo”, i fotografi onanisti (è il momento di un rewatch collettivo di Paparazzi di Neri Parenti), solo che adesso i criteri, i valori e i segni produttivi e linguistici sono altri, sono questi. Per il resto, l’intera parabola “del Male” è qualcosa che abbiamo già visto e sentito anche solo leggendo American Tabloid o Ricatto, solo che qui non c’è ovviamente traccia della statura allegorica mastodontica che Ellroy fa assumere ai suoi Freddy Otash e simili, ogni cosa assume al massimo il tono di un Carnevale, come nelle intuizioni di Adrienne Massanari riguardo al mondo di Reddit, riportare da Valentina Tanni: “un rovesciamento delle convenzioni della vita quotidiana [dove] le gerarchie vengono migliorate e invertite e la folla trae piacere dal ‘corpo grottesco’, godendo della degradazione della carne”.

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Anzi, dare un’occhiata al documentario-intervista di Francesco Zippel su James Ellroy dopo aver visto Io sono notizia potrebbe procurare forse il clash definitivo, magari per rendersi poi conto di quanto il grande scrittore losangelino e il volto di Falsissimo spartiscano questo moralismo di fondo (è, a conti fatti, l’aspetto più perturbante del personaggio-Corona) sempre ad un passo dalla trollata. Ma come si fa a trovare ancora un respiro epico in queste imprese se oggi anche il potere pruriginoso ed evocativo dello scatto proibito, della foto segreta, del video nascosto (su cui Ellroy ha costruito la propria mitologia di filmati di Marilyn e agendine di Kennedy), è stato sostituito dall’evanescente piattezza binaria dello screenshot di una chat, o di un pic intimo scattato e mandato con un telefono, di una nota vocale “bollente”, di prove insomma senza corpi, senza contatto, senza aderenza, come accaduto di recente ai vari Raoul Bova o Alfonso Signorini? C’è la carica del toro, il particolare delle corna per terra, spezzate. Ma manca la foto del contatto tra le corna e la mano. Leo, è questo che siamo?

 

Regia: Massimo Cappello
Interpreti: Fabrizio Corona, Nina Moric, Lele Mora, Costantino Vitagliano, Platinette, Marco Travaglio
Distribuzione: Netflix
Durata: 5 Episodi, 45′ a episodio
Origine: Italia, 2026

La valutazione di Sentieri Selvaggi
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Il voto dei lettori
3 (1 voto)

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