Faccio cinema su quello che non so. Mario Martone a Sentieri Selvaggi

Capri-Revolution di Mario Martone è stato premiato dalla redazione di Sentieri Selvaggi come miglior film italiano della stagione 2018/2019.
In occasione dell’incontro il regista ha parlato di come il cinema stia cambiando, tra le nuove frontiere della fruizione e della distribuzione. Dai ricordi di set di L’amore Molesto all’ultimo Sindaco Del Rione Sanità.
Capri-Revolution rispecchia alcune delle peculiarità e delle caratteristiche del cinema di Martone. Stando alle testimonianze degli attori, il set era come una famiglia, si lavorava sull’abilità di ognuno e sull’empatia di gruppo, proprio come nel teatro.

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È uno spirito che anima il mio lavoro un po’ da sempre, sebbene non mi sia mai allontanato da alcune persone con cui continuo a lavorare sin dagli anni ’80, la mia idea di gruppo non è mai stata quella di gruppo chiuso. Negli anni ’70 avevo fondato il mio complesso teatrale dal nome Falso Movimento, con spettacoli d’avanguardia che già rapportavano cinema e teatro. Nonostante il falso movimento fosse un’etichetta che funzionava, ad un certo punto per me è stato fondamentale dover rovesciare tutto, soprattutto per fare esperienze con persone diverse. Ci sono parecchi artisti che lavorano focalizzandosi sul proprio territorio, secondo me si può lavorare anche con l’idea di intraprendere un viaggio. Ogni volta il viaggio è diverso, come gli incontri e le relazioni.

L’ascolto e la condivisione servono più che mai a creare un film come Capri-Revolution e a raccontare la storia di una comune, composta da persone provenienti da tutta Europa. Gli attori dovevano esporsi molto tra di loro, anche attraverso la nudità. Come si sarebbe riusciti a rendere l’idea di collettività, se non attraverso un lavoro fatto di coinvolgimento e di condivisione?
Per far si che questo rapporto si creasse, siamo partiti facendo due settimane di workshop senza riprese. Quando siamo arrivati al bosco, dove abbiamo ripreso le danze, il lavoro era principalmente fatto d’improvvisazione. Ho coinvolto Michele D’Attanasio, il direttore della fotografia, insieme a due operatori, così anche loro hanno iniziato a danzare con gli attori muovendo le macchine da presa. Mi è piaciuto molto lavorare in questo modo perché anche la creatività era collettiva. Un lavoro che secondo me poteva essere fatto soltanto con questo tipo di spirito. 

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Mario Martone racconta CAPRI-REVOLUTION (riprese di Daniele Maldarizzi e Diego De Giorgi, montaggio di Diego De Giorgi)

 

A proposito del lavoro di gruppo, Martone è sempre alla ricerca di una dialettica corale anche dal punto di vista narrativo, allo stesso tempo però cerca di raccontare la storia attraverso i personaggi singoli e le idee incarnate da ognuno di loro.
Le storie personali dei miei personaggi sono sempre raccontate in base al contesto sociale o politico in cui vivono, quindi c’è sempre un rapporto tra personaggio e coro, come nella tragedia greca. Mi piace la sua dimensione assembleare. Il pubblico andava ad assistere agli spettacoli, anche per ascoltare e capire i problemi della società del tempo: la tragedia greca è una radice forte che rimane ancora nella nostra cultura.
I miei film che trattano i rapporti tra singolo e coro si pongono sempre delle domande, sono fondati su ciò che non so. Se non mi fossi mai imbattuto nei quadri di Diefenbach alla Certosa di S.Giacomo, se non mi fossi incuriosito e se non mi avessero raccontato della comune, non ne avrei saputo niente. Dal momento in cui ho scoperto questa storia, ho sentito il desiderio di realizzare Capri-Revolution come un film in cui mi ponevo delle domande. Così quando è arrivato il momento di girare, ho voluto trasportare l’intera troupe in un viaggio con me. E’ come se ad un certo punto volessi imbarcare anche gli spettatori in un processo di continue domande. Non ho niente da insegnare o da dimostrare, spero solo che gli spettatori salgano a bordo insieme a me.
Roberto Rossellini oltre ad essere un chiaro punto di riferimento per il cinema di Martone, è anche uno degli artisti che si spinge ad esplorare territori sempre nuovi: tutto il suo percorso in tv può anticipare l’idea della serialità di oggi, che lui aveva già intuito al tempo.
A proposito di fruibilità contemporanea, Il Sindaco del Rione Sanità è un’opera che viene dal lavoro a teatro, poi diventa un film che non è la ripresa della rappresentazione teatrale, va in concorso a Venezia e infine esce in sala come film evento, nella stessa formula de L’amore Molesto, tornato in sala in versione restaurata. C’è da domandarsi quindi come l’autore di un film si senta nei confronti delle proprie opere, dato che questi passaggi sono sempre più difficili da definire.
E’ chiaro che le forme di distribuzione del cinema stanno cambiando, possiamo fare l’elenco dei problemi partendo dalla gente che va sempre meno in sala, fare un sacrosantissimo lamento sullo stato delle stesse sale, ma bisognerebbe guardare anche in un’altra ottica: le cose cambiano. Bernardo Bertolucci, alle lagne degli altri, rispondeva sempre che tutto ciò che proveniva dal “futuro” era qualcosa da accogliere come uno stimolo.
Basta pensare che ci sono sempre stati grandi cambiamenti nel cinema, come quello dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dalla pellicola al digitale.
Oggi c’è un rapporto molto più diretto con il cinema, abbiamo il PC o lo smartphone, e per quanto possa piacere o meno non è qualcosa da giudicare, ma da capire, è comunque un modo di approcciarsi al cinema.
Il Sindaco è un film low budget, nato da una mia pulsione personale, mai mi era capitato di portare il teatro in luoghi reali come con questo film. Tutto pensavo, meno che sarebbe finito in concorso a Venezia, poi però si è conquistato una sua attenzione, pensavamo che il tipo di distribuzione fosse giusta. Compattando i giorni in sala, anche il pubblico si compattava, quindi le sale non erano vuote e l’esperienza è stata collettiva.
L’Amore Molesto è stato ridistribuito anche negli Stati Uniti, chiaramente sull’onda del grande successo internazionale di Elena Ferrante e secondo me è un film che regge tranquillamente la sala anche oggi.

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Tra le immagini del Sindaco del Rione Sanità, abbiamo visto una Napoli in fermento, i bagliori della città, i rumori, le fatiche di chi lavora al porto, il traffico in strada. Napoli è una città che cambia.
Il mio primo film, Morte di un matematico napoletano, era ambientato nel 1959. Il budget era di cinquecento milioni di lire, dato che dovevamo ambientarlo a quell’epoca e non avevamo mezzi, avevamo deciso di fare una sorta di gioco: camminavamo per la città ritagliando tutto quello che nel ’91, quando facevamo il film, era rimasto come nel ’59. Quindi il film era ambientato nel ’59, ma in realtà è stato girato nella Napoli del ’91. Ci trovavamo in posti che non erano cambiati e questo creava una sorta di strano rapporto fantasmatico.
Sono tornato a Napoli con diversi film, il codice estetico che uso ne Il sindaco del rione sanità, assomiglia a quello di Gomorra, ma nella realtà è proprio così, pure se sembra uno stereotipo. Napoli è una città divisa in due, in cui la parte “per bene” finge di ignorare completamente l’altra parte. Proprio perché quest’ultima è stata accantonata per decenni, ad un certo punto si è elevato un grido, che è la nascita del genere di Gomorra.

Al momento della premiazione niente targhe solite, per Martone, come da tradizione selvaggia, un set di bottiglie di buon vino targate Capri-Revolution e tanti applausi.

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