Fallo ancora, Tinto!

tinto brassOttant'anni sono un traguardo. Se vissuti da gaudente, come vuole il mito e promette l'immagine pubblica, son anche un'impresa. Tinto Brass ce l'ha fatta e ne siamo grati al grande architetto del mondo. Probabilmente il devoto Tinto avrà fatto appello a quel fattore Q che ha sempre amato tanto. E ci perdonino i benpensanti e gli asceti.

 

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Nato il 26 marzo 1933 a Venezia, Giovanni Brass si laurea in giurisprudenza a Padova nel '57, per poi partire alla volta di Parigi, all'inseguimento della sua passione. Entra alla Cinémathèque Française come archivista e questa formazione, in un certo senso, ne condizionerà la visione: il cinema di Brass, quantomeno sulla carta, risponderà all'esigenza di una catalogazione "trasgressiva" della propria cultura visiva mescolata a un immaginario pop. Un grande schedario delle immagini di questo "secolo", orbitante intorno al gran sole del Q, il lato B femminile.

Che Brass non sia un regista incline alla tranquilla ripresa, lo si capisce già all'esordio, dopo l'apprendistato al seguito di Alberto Cavalcanti, Joris Ivens e Roberto Rossellini (Il generale Della Rovere). Nel '63 esce In capo al mondo, storia di un ragazzo in rotta, solitaria, con il sistema. Un giro a vuoto per Venezia: la "perdita di tempo" come gesto di rivolta. La censura protesta. E il beffardo Tinto cambia il titolo: Chi lavora è perduto. Motto situazionista o il germe di una visione edonistica, che sarebbe arrivata, poi, all'abbraccio definitivo con l'eros visto dallo spioncino della porta? Mah. Certo che quel funerale "rosso", che squarcia il bianco e nero di Venezia, infiamma gli animi e racconta di uno sguardo che conosce la lingua delle immagini. Tinto il rosso, come il vino. E il rosso sarà sempre uno dei suoi colori: mutandine rosse, il vestito rosso della Koll, la canotta rossa della monella, il rosso frutto del peccato, il sangue versato da Caligola. Più vicino a Tiziano che a Tintoretto, come il suo nome/soprannome vorrebbe far intendere. Ma in ogni caso, chiaramente orientato a una visione pittorica del cinema, in cui contano più il colpo di pennello (!), la prospettiva e il decor che il racconto, i sensi impliciti e espliciti del testo.

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tinto brass e anna ammiratiDopo questa prima sortita promettente, il ribelle Tinto continua il suo percorso originale, seppur nel solco di un cinema autoriale (quindi di genere). Arrivano il documentario Ça ira – Il fiume della rivolta, l'episodio La mia signora, la commedia surreale Il disco volante. E poi lo strano western Yankee, Col cuore in gola con la collaborazione di Guido Crepax, nEROSubianco, la prima vera sortita erotica, L'urlo, Dropout, La vacanza, questi ultimi affidati alla coppia Franco Nero e Vanessa Redgrave. Siamo agli inizi degli anni '70 e i tempi sembrano maturi per tentare qualcosa in più. Arriva il vero dittico maledetto di Brass: Salon Kitty (1976) e soprattutto Io, Caligola (1979), stravolto pesantemente dai produttori. Il nazismo e l'antica Roma, il sesso e la violenza, il desiderio e il potere. Temi caldi. Ma ciò che più conta, è che si precisa l'orizzonte visivo di riferimento, da Visconti all'ultimo Pasolini. Da questo momento in poi, il cinema di Brass sceglierà consapevolmente di essere derivativo e, quindi, manierista. Ed è proprio il momento in cui si apre il periodo hot del luciferino Tinto. Con Action e La chiave la svolta è compiuta, consumata sui corpi profondamente caratterizzati di Luc Merenda e Stefania Sandrelli. Il resto è cosa nota. Da Miranda a Monamour sono vent'anni di provocazioni, grane giudiziarie (meno male che c'era l'Avellino di Camillo Marino, eh?), scoperte più o meno felici. Ma alla fine, il manierismo, come un parassita, ha essiccato la pianta. Il cinema di Brass è diventato a poco a poco più stinto, ed è rimasto il suo personaggio a parlare, a testimoniare un atteggiamento e una visione del mondo. Rivisti oggi, fuori dai pruriti adolescenziali, i film erotici fanno un po' sorridere. Perché appaiono sfocati, come dei vecchi dagherrotipi, segni di un immaginario volutamente retrò, epperò anche immobile, incapace di evolversi, di confrontarsi con i tempi. In fondo, il buon vecchio Tinto è un nostalgico, uno zio che ci intrattiene con le battute salaci, le avventure di gioventù. Un gran viveur, probabilmente, un regista di gran mestiere, ma che dopo un po' ha preferito rifugiarsi nell'artigianato liberty(no). Ci piacerebbe vederlo girare un vero Spring Breakers, acido e videoclipparo. Quell sì che sarebbe una meravigliosa follia. È il nostro miglior augurio. Fallo ancora, Tinto!