"Fame – Saranno famosi", di Kevin Tancharoen

fameTutto ha inizio nel 1980. Alan Parker dirige Saranno famosi (1980), film cult che, in un certo senso, si pone come segno premonitore di un decennio cruciale nel ridisegnare le prospettive dell’american dream. E’ un successo, soprattutto tra gli adolescenti. Le musiche di Michael Gore, Out here on my own di Nikka Costa, la sceneggiatura di Christopher Gore che tratteggia una serie di personaggi entrati, chi più chi meno, nell’immaginario, al punto da aprire la strada a una fortunata e memorabile serie TV… Ora, ventinove anni dopo, il cinema torna all’High School Performing Arts di New York, per raccontare le speranze e le fatiche di decine e decine di ragazzi e ragazze, che sognano di consacrare la loro vita allo spettacolo. Alla regia, non a caso, c’è un coreografo, Kevin Tancharoen e la sceneggiatura di Allison Burnett si rifà a quella di Gore. Le audizioni e i quattro anni di corsi sono l’orizzonte temporale di un racconto corale che ambisce a diventare spaccato generazionale. Per forza di cosa non si tratta di un semplice remake. Personaggi, situazioni, sogni: tutto non può che essere rapportato alle esigenze dello spettacolo di oggi e alle nuove coordinate dell’immaginario. In fondo, siamo prigionieri di uno splendido paradosso. Quanto più si prova ad essere fedeli allo spirito di quell’originale che voleva essere segno dei tempi, tanto è più necessario discostarsene. Perché sono passati i bei giorni andati. fameIl pop è ormai hip hop e Bach non c’entra più nulla con il rock. L’ispirazione è una posa e la rabbia e il dolore una tragica finzione. Lo spettacolo è dominato dal reality e le nuove leggi del musical e del teen movie sono dettate da High School Musical. Ed è su questo terreno che Fame deve muoversi, lontano da ogni tentazione di confronto con il film dell’80. Non è un caso che in sala ci siano solo ragazzine dodicenni. Un pubblico che di certo non ha mai visto o sentito parlare del Saranno famosi che fu, di Alan Parker o di Leroy (lo scomparso Gene Anthony Ray) o di Angelo (Eddie Barth) o Coco (Irena Cara). Ancora una volta, tocca raccontare uno spaesamento. Solo nostro, forse… Ma anche rimanendo sui fatti, sull’oggi, il film di Tancharoen non convince appieno. Resta lontano dalla vitalità a suo modo scintillante di High School Musical, da quel cinema di Ortega che, nei momenti migliori, riesce a toccare note acri di pura malinconia. E non c’è molta traccia dell’inquietudine che scorre, sotterranea, nella nuova ondata di teen movies. Si tenta di dare uno spessore ai personaggi, ma la scrittura rimane approssimativa, lo scavo abbozzato. Si parla di ordinary people, come canta Marco, ma il problema, come sempre, non è lo stereotipo. E’ l’incapacità di ritrovare l’umanità e il mondo. E Tancharoen, nella sua impeccabile regia da coreografo, non riesce a far vibrare gli esseri e le cose. Ad emozionare restano i suoi giovani protagonisti, che cantano, ballano, recitano come fenomeni. Toccano, a tratti, il cuore, l’indizio di un sentimento. Ma, poi, inesorabilmente, per quanto bravi, per quanto sia affannino, riprecipitano nell’ombra. E forse, proprio qui sta l’illuminazione. In questo mondo, in questo show infinito, il successo non esiste. In un battito d’occhi si appare e si scompare e non rimane memoria di nulla. Siamo tutti condannati all’anonimato.
 
Titolo originale: Fame
Regia: Kevin Tancharoen
Interpreti: Naturi Naughton, Kay Panabeker, Kherington Payne, Asher Book, Walter Perez, Collis Pennie, Paul Iacono, Anna Maria Perez de Tagle
Distribuzione: Key Films
Durata: 107’
Origine: USA, 2009
 
Irene Cara canta Out here on my own (Fame, 1980)
 
Il teaser di Fame (2009)