FAR EAST 12 – "Bodyguards And Assassins". Incontro con Teddy Chen

di Francesca Bea e Sergio Sozzo




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Come a voler in qualche modo bilanciare l'eterea volatilità del(la memoria del) cinema di Johnnie To e del suo Vendicami d'apertura, il resto della produzione d'Hong Kong passato a Udine è parso dedicarsi al recupero se possibile ancora più estremizzato di quel gonfio parossismo epico-sentimentale che da sempre è cifra stilistica indispensabile dei cineasti locali. Dalle avventure virtualmente infinite del Jackie Chan di Little Big Soldier, già visto a Berlino, sino all'irresistibilmente vuoto aggrovigliarsi non-sense di stupide storie d'amore adolescenziale incollate ai volti di idoli bellocci dei ragazzini hongkonghesi nel nichilistico Seven 2 One di Danny Pang da "solista". A controbattere ad un Pang Ho-Cheung in deriva alimentare-ruffiana e davvero poco credibile con un irritante e alla lunga difficilmente difendibile Dream Home, è apparso in tutta la fierezza esplosiva del suo cinema il grande Dante Lam, che in Fire of Coscience traghetta il suo occhio verso una nuova fluvialità di attimi sospesi tra il passato dell'animo e i diversi futuri possibili a seconda delle traiettorie dei proiettili, delle bombe, delle auto, dei corpi, degli sguardi, dei cuori, in una pellicola anche più dolentemente 'johnwooiana' del solito (il climax è la donna partoriente nel pieno di uno shoutout in un deposito, mentre il cattivo scappa con la pesante cassa del tesoro e si ritrovabodyguards and assassins teddy chen simon yam donnie yan tony leung ka-fai jacky cheung megkee bateer nel bel mezzo di una processione di 'teste di drago'…).

A chiudere, la mega-coproduzione Cina/Hong Kong di Bodyguards and Assassins, un Teddy Chen senza freni che moltiplica sino ad otto, come ci ha raccontato nella bella chiacchierata che abbiamo fatto con lui a Udine, le guardie del corpo che scortarono il leader rivoluzionario Sun Yat-Sen nel suo fondamentale viaggio ad Hong Kong da latitante, ma che nella storia di partenza erano una persona unica, col compito di tenere in vita il teorico della Cina democratica contro lo sterminato esercito di killer giunti in città per annientarlo. La ricostruzione d'epoca di Chen pare in più punti in debito con i primi formidabili e irrinunciabili episodi della saga Once upon a time in China di Tsui Hark, ma è l'intera organizzazione della materia in Bodyguards and Assassins a porsi come piccola enciclopedia esaustiva di gran parte del Cinema di una città: come Chen ci ha spiegato nel corso dell'intervista, ognuno degli otto combattenti rappresenta una parte diversa ed emblematica del popolo che sognava la rivoluzione con Yat-Sen – e a diversi background sociali e biografici appartengono stili diversi di lotta. E' così che la sfinente ondata di sequenze action della seconda parte del film diventa un preciso catalogo dell'intero immaginario di un'epoca, dai rudi corpo a corpo per strada agli eleganti combattimenti dei maestri di kung-fu, dagli inseguimenti di massa alle piroette dei ballerini del Teatro dell'Opera. Un appagante campionario del genere portato a termine dal regista in anni tribolatissimi e sventurati di lavorazione, grazie anche all'aiuto del gruppo di attori amici che hanno accettato di essere parte del progetto con entusiasmo, vere e proprie leggende di Hong Kong come Donnie Yen, Tony Leung Ka-Fai, Simon Yam, Jacky Cheung, e il gigantesco asso del basket cinese Mengke Bateer.