FAR EAST 14 – "Bunohan", di Dain Said

BunohanUn padre anziano e morente, i suoi tre figli bellicosi da anni lontani da casa, l'eredità contesa di una terra misteriosa. All'osso, il materiale essenziale di Bunohan è quello di una classica tragedia familiare i cui costanti presagi di morte sono esplicitati sin dalla toponomastica: Bunohan è il nome del villaggio della Malesia in cui la storia è ambientata, ma nella lingua locale sta anche per "omicidio". Qui, nel mezzo della regione del Kelantan, al confine tra Malesia e Thailandia (trecento chilometri a nord di Kuala Lumpur), l'Islam e l'Induismo, il Buddismo e l'Animismo si mescolano alle due culture confinanti e a quella cinese, oltre che agli echi del lontano Occidente, generando un crogiolo complesso e contraddittorio in cui la modernità e la secolarizzazione devono confrontarsi con la persistenza di tradizioni antiche, immobili.

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Dain Said, all'opera seconda dopo il misterioso Dukun del 2007 (bloccato dalla censura prima di poter vedere la luce), raccoglie questa complessità e incarna conflitti eterni, connaturati alla condizione umana (la Natura e la Cultura, la spiritualità e la Ragione), direttamente nei corpi e sui volti dei tre fratelli, variamente segnati da un comune passato indicibile. Sui lineamenti del viso scavato di Ilham, killer per professione, insonne per vocazione ("sin da bambino ho pensato che dormire fosse una perdita di tempo"), si riflette la sofferenza inflitta alle sue vittime, che lo sta consumando fino a renderlo un teschio; Adil, il combattente, lascia che il mal di vivere si scolpisca sul suo corpo per mezzo dei pugni e calci presi nei combattimenti clandestini di kickboxing; Bakar, il capitalista, che ha studiato a Kuala Lumpur, nasconde sotto gli occhiali spessi e una pacifica barba l'aggressività spietata del capitalismo urbano che si appresta a espropriare l'intera Malesia.
Relegato a notte fonda nella programmazione del Far East, quasi mimetizzato tra commedie, thriller e spy stories apparsi non sempre indispensabili, Bunohan (già passato ai festival di Toronto e Rotterdam) rappresenta in realtà una delle visioni più interessanti proposte finora dalla rassegna udinese. Accanto a una precisa idea del passaggio dal concettuale al narrativo, Said evidenzia una capacità sorprendente di filmare i luoghi in maniera espressiva e caratterizzante, sfruttando il mistero naturale di una spiaggia dalla sabbia bianca e finissima o di una immensa palude battuta dai monsoni e ostile all'uomo. Sotto queste superfici ambigue è possibile fondare un cimitero per piangere i propri morti, così come seppellire clandestinamente intere esistenze rimosse. Ma fino a quando?
Partendo da un sostrato di realismo crudo e spietato (i due combattimenti di kickboxing che aprono e chiudono il film, gli efferati omicidi filmati sempre con secchezza, il caldo umido che sembra quasi trasudare dallo schermo), il cineasta malese trasforma poco a poco Bunohan in un luogo mitico in cui, al momento del ritorno a casa coincidente e solo in parte casuale dei tre fratelli, il tempo della Storia si ferma, per lasciare spazio a un rinnovato tempo magico. E a un film di fantasmi. Qui, allora, solo il teatro delle ombre, l'antica arte del wayang kulit di cui il padre dei tre è l'ultimo depositario, può interpretare, dare un senso, forse predire la vita. Per l'ultima volta, prima dell'espropriazione.

 

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