Far East Film Festival 17 – (s)Muovere città ed emozioni

Un rapido riassunto degli ultimi quattro giorni di proiezione della diciassettesima edizione del Far East Film Festival di Udine, che si conferma più vitale che mai.

Dopo 9 giorni di programmazione e 71 film si conclude la 17a edizione del Far East Film Festival di Udine, punto di riferimento annuale per il cinema popolare orientale, quest’anno proveniente da 11 nazioni diverse (Hong Kong, Giappone, Cina, Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Filippine, Indonesia, Vietnam, Thailandia e, per la prima volta al Festival, Cambogia). Chi ha frequentato il Far East anche solo per una volta sa bene come, aldilà dei film, sia l’atmosfera unica che permea tutta la manifestazione nelle sue mille sfaccettature (non solo film, appunto, ma anche il pubblico stesso, gli ospiti, gli eventi collaterali, la musica, il cibo e tante altre esperienze che non si limitano alla sala cinematografica ma invadono tutta Udine) a far sì che si scateni quella emotional chain reaction, perfetta sintesi dello spirito del Festival, immortalata dalla meravigliosa sigla firmata da Carlo Zoratti. Con rammarico ho potuto seguire solo la seconda metà del Far East, consapevole di aver di sicuro perso alcune perle nel vasto mare di film proposti, ma nonostante ciò, anche solo quattro giorni di festival trasmettono allo stesso modo l’enorme vitalità di cui esso ancora gode.

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Ode to my Father, di J.K. YounPer fare un po’ di (inutile) ordine, cominciamo dai vincitori. Quest’anno il podio è interamente conquistato dalla Corea del Sud, con una tripletta di vittorie, declamata dal pubblico: al terzo posto My Brilliant Life, di E-J Yong, storia di un ragazzo di sedici anni di progeria, e quindi ridotto alla salute di un ottantenne. Se la storia inizia in maniera convincente, con un ritratto dell’adolescenza dei genitori del protagonista che ne delinea le personalità con pochi tocchi leggeri e riusciti, il film si imbarca, quasi inevitabilmente visto il soggetto, sul versante strappalacrime, sempre sull’orlo di una rappresentazione che rasenta il patetico ma che riesce dopotutto ad essere guidata da una mano consapevole; al secondo posto The Royal Tailor, di Lee Won-suk (già vincitore dell’Audience Award al FEFF del 2012 con How to use guys with secret tips), sicuramente il più interessante dei titoli giunti al podio, non tanto per la poco originale trama (la rivalità tra il sarto della corte del re e un giovane novellino che con la sua originalità mette a rischio la carriera del primo – il mito Salieri/Mozart è duro a morire) quanto per una messa in scena che riflette l’eleganza dei suoi personaggi e che si risolve in un tripudio di colori e forme che colmano l’occhio ancor prima che il cuore; il primo premio se lo aggiudica invece Ode to My Father, di J.K. Youn, dramma epico che si dipana dal dopoguerra a oggi, con un ritratto di un padre di famiglia (ma che ai nostri occhi rimane sempre un figlio) e della sua avventurosa vita, che lo porta dalle terre di Busan, dopo esser scampato ai giapponesi, alle miniere della Germania e in seguito alle bombe del Vietnam, tutto questo per assicurare un futuro alla sua famiglia e ai suoi successori, ma sempre nel ricordo del padre e della sorella perduti durante l’infanzia. Ha vinto la lacrima facile (in confronto a questo film, My Brilliant Life sembra quasi pacato), che batte territori già visti e già sentiti e che molto poco aggiunge a un genere già di per sé posticcio come il make up a cui il volto del protagonista è costretto nel recitare la sua versione anziana.

 

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0,5 mm, di Ando MomokoSenza nulla volere contro le decisioni del pubblico, il vero interesse risiede in altri titoli. Per esempio, nel quarto vincitore del Far East, per la precisione del Black Dragon Audience Award, aggiudicato da The Last Reel della cambogiana Sotho Kulikar, il cui film segna un doppio esordio – per lei alla regia e per la Cambogia come primo film nella storia del Far East. Un film che, seppur non esente da difetti, reca in sé l’urgenza di un discorso politico consapevole sulla memoria di un popolo e di una nazione, veicolato in questo caso in una confezione fruibile anche da un pubblico estraneo, come dimostrato dall’enorme accoglienza con cui il pubblico ha accolto il film.  Ma a brillare, almeno nella seconda metà del festival, è stato il magnifico 0.5 mm, firmato da Ando Momoko (anche autrice del libro da cui è tratto), che per l’occasione dirige la sorella Ando Sakura (la ricorderete, tra le altre cose, in Love Exposure di Sono Sion), splendida interprete per un imponente film di quasi 200 minuti ma che si muove con indecifrabile leggerezza, la stessa con cui la protagonista ci guida in questo sfibrato percorso che mette a nudo alcune delle tante ossessioni del Giappone contemporaneo, attraverso una galleria di personaggi che lentamente distruggono il mito di una nazione, sgretolandone le fondamenta partendo proprio dal ritratto impietoso ma consapevole del singolo individuo. Un atipico e inclassificabile road movie domestico (la protagonista è infatti una badante, e la sua peregrinazione la porta di casa in casa tramite diversi espedienti, e costringendola a confrontarsi ogni volta con diverse personalità e problemi) che ha nel suo essere politico e universale allo stesso tempo la chiave della sua efficacia.

100 yen love, di Take MasaharuIn una veste nettamente opposta, ritroviamo sempre Ando Sakura in 100 Yen Love, di Take Masaharu, energico e riuscitissimo ritratto di un’altra outsider della società giapponese che trova nella boxe lo sfogo alla sua inconcludente vita (e nonostante le scene di lotta si riducano a una manciata di minuti nelle scene finale, la loro intesità farà felici chi ancora ha negli occhi la devastazione di Tokyo Fist). Dello stesso regista è stato proiettato anche Unsung Hero, che sebbene meno incisivo di 100 Yen Love, si configura come un sentito e riuscito omaggio al cinema d’azione in toto (dal Sentai al Wuxia), regalando una lunghissima scena finale che entra ed esce dal set (tutto il film ha un’impostazione metacinematografica) infuocando letteralmente lo schermo. Tra i migliori titoli visti spicca inoltre Meeting Dr. Sun, bizzarra commedia taiwanese firmata da Yee Chih-Yen a 13 anni dall’acclamato Blue Gate Crossing, che riesce a far scaturire le (innumerevoli) risate con un impiego minimo del mezzo e degli attori, dimostrando un’incredibile dote registica capace inoltre di non limitarsi al semplice divertimento, ch riesce a dipingere nel contempo un delicato ritratto d’adolescenza.

Un discorso a parte meriterebbe una vera mosca bianca all’interno del festival, l’indonesiano Siti, di Eddie Cahyono, che con un elegante ma allo stesso tempo essenziale bianco e nero ritrae la quotidianità di una donna con uno stile lento e controllato, in netta antitesi rispetto agli altri film del Far East. Il seguire così pedissequamente certi stilemi di un cinema che da autoriale rischia di diventare fotocopia non permette al film di guadagnare particolari meriti, eppure c’è qualcosa in profondità che potrebbe fare del regista una nuova interessante voce dell’ancora purtroppo poco esplorato panorama indonesiano.

 

The Taking of Tiger Mountain, di Tsui HarkPassando ai titoli più facilmente classificabili, gli horror si difendono bene, soprattutto grazie al thailandese The Swimmers, di Sophon Sakdaphisit, che senza mai prendersi troppo sul serio firma un’opera ben costruita, che dosa sapientemente l’umorismo (che appare quasi sempre involontario ma che è invece calcolato al millimetro) e lo spavento. Ugualmente valido il coreano The Wicked, di Yoo Young-Seon, mentre un po’ più confusionario e inutilmente didascalico il vietnamita Hollow, di Tran Ham, che riesce comunque, grazie a una buona veste estetica, a salvare la traballante storia. Meno rosea la prospettiva del gangster drama del cinese Uncle Victory, di Zhang Meng e del coreano Gangnam Blues, di Yoo Ha (recensione lampo origliata almeno una ventina di volte durante il festival: “non si capiva un cazzo“), entrambi troppo confusi e impegnati a intrecciare una trama che si dimentica presto in favore delle scene d’azione: il sangue abbonda nel secondo titolo, che rimane ben coreografato, mentre appare più composto ed elegante il primo, che a discapito di una poco originale trama ha dalla sua un’ottima fotografia e una buona padronanza del ritmo, che purtroppo si va sfaldando già dopo la prima metà. Allo stesso modo delude in parte il doppio Parasite di Yamazaki Takashi, acclamato vincitore della scorsa edizione del FEFF con The Eternal Zero, che nonostante l’enorme entusiasmo con cui è stato accolto dal pubblico, presenta un film di alieni e mutazioni pregevole nel primo capitolo ma che si appesantisce di un’inutile retorica didascalica nel secondo, che ne affossa inevitabilmente il ritmo. Il finale del Far East è affidato all’esplosivo Tsui Hark, con The Taking of Tiger Mountain. Purtroppo il film non è stato presentato in 3D, ma nonostante la sentita mancanza, non si può non rimanere catturati dall’incontenibile inventiva visiva del regista, che riesce a sfondare lo schermo anche se presentato in due dimensioni, dimostrandosi una più che degna conclusione, accompagnato da una guest star d’eccezione, la storica produttrice di Hong Kong Nansun Shi, a cui è stato consegnato il Premio alla Carriera, che grazie ai suoi quarant’anni di attività ha reso possibile un’enorme parte del cinema che amiamo.

 

Con il passare degli anni, il Far East resiste, continuando a proporre una precisa idea di cinema, solida ma mai fissa, sempre pronta ad aprirsi a nuove prospettive e nuovi orizzonti, e così facendo riesce a smuovere un’intera città (ma portando a sé gente da tutto il mondo, creando così uno dei pubblici più affiatati e partecipi di sempre) e, soprattutto, le nostre emozioni.

Far East Film Festival 17

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