Farah, di Darin J. Sallam

Farah non è un film facile, alcune scelte particolarmente dure risulteranno difficili per un certo pubblico, ma è un’importante testimonianza della vittimizzazione dell’infanzia in guerra.

Il 1900 è chiamato in molti modi: il secolo dei genocidi, il secolo dei bambini, il secolo lungo, il secolo delle guerre. Ci sono stati più morti nei suoi primi cinquant’anni che in tutte le precedenti guerre della storia umana sommate tra di loro, ma soprattutto, per la prima volta, il numero delle vittime civili ha superato quelle militari. Tra queste vittime sono probabilmente i bambini a pagare il prezzo maggiore. Con il suo Farah, Darin J. Sallam, ci mostra un’infanzia vittima delle peggiori insensatezze della guerra.

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Farah è ambientato nel 1948, durante la nakba, l’esodo forzato della popolazione arabo-palestinese, come conseguenza della guerra civile scatenatasi al crearsi di un vuoto di potere lasciato dai britannici al termine del loro mandato in Palestina. La giovane Farah è una ragazzina sveglia e intelligente che vive col padre in un modesto villaggio palestinese. Il suo sogno è poter frequentare la scuola e diventare insegnante. Purtroppo le sue speranze devono scontrarsi contro la dura realtà, quando in seguito ad un attacco militare viene nascosta dal padre in un magazzino, con la promessa che sarebbe ritornato a liberarla.

Farah non è un film adatto a tutti. Nonostante la regia di Sallam sia sempre rispettosa nel mostrare le vittime della brutalità senza mai scadere nel volgare e nel gratuito, certe scelte particolarmente dure risultano difficili da guardare, calando lo spettatore in una situazione di crudele impotenza, che riflette quella della povera Farah, intrappolata nella sua prigione e costretta ad ascoltare inerme la sua infanzia che muore lentamente.

Le limitazioni spaziali con cui il film è girato fanno si che Sallam costruisca la tensione drammatica del racconto attraverso due elementi cardine: il suono e la luce. Soltanto attraverso questi la ragazzina riesce ad avere un’idea di ciò che sta accadendo all’esterno, del passare del tempo e della presenza di altre persone. I pochi spiragli di luce sono tanto una speranza di evasione quanto una minaccia mortale, rappresentata dall’abbagliante luce del caldo sole palestinese. Farah riesce scuotere lo spettatore, turbandolo con i suoi spiragli di luci e pianti terrificanti, facendosi portavoce di una pagina di storia poco conosciuta nel mondo occidentale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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