"Farecinema": enrico ghezzi e Sentieri selvaggi

di Annarita Guidi
 
Ogni volta che si ha la fortuna di sedersi di fronte ad Enrico Ghezzi e di discutere – del cinema, e di tutto, perché infiniti sono i fili tesi tra mille mondi in poco meno di due ore – si ha la sensazione di un continuo aprirsi e chiudersi di scatole cinesi, un détournement dopo l’altro, una catena infinita di frammenti che si illuminano a vicenda, si specchiano l’uno nell’altro, soprattutto generano connessioni inusitate.
E non è forse il frammento (post-moderno) la vera unità di misura della visione? Non è il postmodernismo – per dirla con Baudrillard – la fase compiuta del simulacro, dove le chiavi sono giustapposizione e contaminazione, dove la prerogativa è l’integrazione di frammenti, forme, testi fuoriusciti da categorie ormai cancellate, da recinti ormai rasi al suolo?
 
Farecinema – libera uscita sul mondo-cinema, variazioni sul tema, scambi feroci di idee tra l’ospite d’onore Ghezzi, la redazione di Sentieri Selvaggi e il pubblico – si è compiuto come un attraversamento continuo tra due sponde divise per semplicità, ma fatalmente destinate a toccarsi, a ingarbugliarsi e a confondersi: l’occhio della macchina da presa e quello dello spettatore, il fare cinema del cineasta e il fare cinema del pubblico e della critica.
 
Farecinema secondo Ghezzi è ‘fare un’immagine standone lontano, un’ipotesi paradossale in cui, senza dare al gioco la forma finale, si può essere più vicini all’autorialità’.
Farecinema è la critica cinematografica operata con gli stessi mezzi – critica dal di dentro – del cinema: il montaggio di Blob, la scelta e l’uso delle immagini in Fuori Orario, la promozione di determinati film operata da Tarantino a Venezia, la selezione stessa di quali film far vedere e di come farli vedere, dai cineclub a Massenzio e ritorno. Come il situazionismo è critica alla ‘società dello spettacolo’ e ai media operata ‘con le loro stesse armi’, calandosi nel reale e prendendo posizione  attraverso libere appropriazioni, decontestualizzazioni, dirottamenti, citazioni  di citazioni (détournement, appunto), in cui il critico/autore stesso contemporaneamente opera e scompare.
Farecinema per Ghezzi è disperdere il romanzo che vorrebbe scrivere – o il film che vorrebbe realizzare – in una nidiata (post-soggettiva, post-decostruita) di frammenti in cui, ancora, l’autorialità si compie e scompare, prende una posizione che è, ed è invisibile: come il ‘passo’ kubrickiano di continuo perfezionamento del progetto e parallelo allontanamento da questo, come la mano che monta le schegge impazzite di Blob, come l’idea dietro i ready-made dadaisti, come il mondo trasparente sopra la superficie di 100 Cans e come i ‘resti’ di mondo dentro le scatole ammassate dalla ‘macchina cinematografica inconscia’ dell’accumulatore Andy Warhol, pagate a peso d’oro da Sotheby’s a un anno dalla sua morte.
Farecinema è smarrirsi dentro lo schermo; prendere dal film ciò che è già tuo; far esistere il film; rischiare non solo e non tanto di vedere, ma di farsi vedere. Perché la materia prima (prima e più che i destinatari) del cinema siamo noi stessi. E l’autore del film non è il regista. Il cinema è una gigantesca performance, un’arte d’insieme. Senza autore.
 
La ‘devastazione’ del cinema italiano sembra essere il suo più grande pregio, perché – ‘non avendo significato, né cultura, né radici forti’ – mostra l’evidenza dell’inutilità. Il cinema racconta storie di uomini in modo convenzionale, o per contro opponendosi alla convenzione (quindi riconoscendola in pieno): non c’è alcun bisogno di fare cinema. E’ un surplus, inutile, futile. Quindi assolutamente necessario.

E non a caso siamo in questa sala di cineclub, e a nessuno viene in mente altro che ascoltare, pensare, domandare, rispondere. Sul cinema.
Inutile sarebbe elencare tutti i ‘nomi’ a cui si può ricondurre l’idea che la vita è spettacolo e il mondo è palcoscenico. Si entra e si esce di scena.
Vivere il cinema è nient’altro che, lo sappiamo, la pulsione del vedere/essere visti: il bisogno di raccontarsi; di ‘ricevere il proprio racconto dagli altri’; di riflettersi, rispecchiarsi. Vivere il cinema è avere spesso davanti agli occhi la prima inquadratura di A Clockwork Orange: prima la semplificazione brutale primo piano/sguardo in macchina che mette lo spettatore di fronte a se stesso come fantasma (lo schermo come specchio, ma che riflette un altro te stesso), poi la fuga all’indietro del carrello che tenta di uscire dall’immagine, il piano di fuga dal luogo in cui la visione ‘accade’.
Farecinema, allora, è semplicemente la fortuna di possedere l’incanto, la capacità di cogliere quanto cinema c’è nel proprio quotidiano, in quello di un altro. O di nessuno. Ma anche riuscire a guardare con gli occhi di un altro: ed è il crocevia gigante tra occhio della macchina e occhio dello spettatore, tra il ‘mangiatore di film’ alla Ungari che entra nel sogno di un altro e il cineasta che riesce a comunicare grazie a quanto di condiviso, condivisibile, universale riesce a catturare dalla ‘propria’ realtà e da quella ‘esterna’ per restituirlo – intriso, irriconoscibile, onirico – allo spettatore.
E tutto questo nonostante lo sguardo della macchina sia ‘impersonale’. Ecco restituitoci da Enrico Ghezzi il più grande mistero della settima arte.
 
L’intensità del cinema è la non-contemporaneità: tutta la passione e l’appassionante nascono dalla ‘malinconia del dopo’, dal ‘vedersi già dopo’, dall’idea/sensazione – di chi produce/guarda e di chi guarda/produce – di non essere contemporaneo al film. Per questo, forse, c’è più farecinema nei modi dello sguardo, nella relazione sguardo/film, in quel rompere le righe tipico di chi critica e guarda, apre, sposta, crea disordine, riporta a uno, nessuno e mille sensi il film stesso senza costruire nulla di definitivo (come, in parallelo, non-finibile è il carattere dell’opera), c’è più farecinema sulla sponda di pubblico e critica, che in un ‘cinema medio’ che oggi si limita a fornire registrazioni e non fa che confermare dati empirici (frecciata per Muccino).
 
Farecinema è, per l’autore-spettatore e per lo spettatore-autore, sostare su un’ideale terra di mezzo tra teatro e architettura: tra tensione verso il movimento, urgenza di avere a che fare con la vita (materia prima) e inevitabilità dell’ipostatizzazione, necessità di costruire forme che nascondono il perpetuo mutamento/movimento.
Da Duchamp in poi, l’arte non si separa dalla vita, ma si confonde con essa: frantumazione del concetto di arte come prodotto di un’attività del singolo (autore) – manuale, coltivata, finalizzata.
Farecinema è, più di tutto, e più inquietante di qualsiasi delirio di Ghezzi, vivere ogni minuto con una singolare consapevolezza: quella di riconoscerci o sospettarci immagini. Eredità di Warhol o contaminazione da grande schermo, effetto collaterale della cinefilia o indomabile ‘passione selvaggia’, è una consapevolezza che rimane appiccicata alla superficie delle cose, degli angoli, degli scenari; che cambia lo sguardo, cambia gli occhi. Ognuno sa come.