Fast & Furious 9 – The Fast Saga, di Justin Lin

Presentato a #Cannes2021 nel programma di Cinema sur la plage, il ritorno di Justin Lin nel franchise setta le nuove coordinate a metà tra il passato stradaiolo e il futuro oltre la legge di gravità

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Cinque anni dopo lo sfogo sulla Croisette dell’allora protégé Xavier Dolan contro chi non aveva apprezzato Juste la fin du monde ma poi “sono gli stessi critici che danno 5 stelle a Creed e 4 stelle e mezza a Fast & Furious 7 (ehm…), Cannes 74 sfoggia la proiezione del nono capitolo come main event delle visioni sur la plage. Justin Lin ha nel frattempo in effetti migliorato la propria reputazione autoriale tenendo a battesimo la seconda, ambiziosa stagione di True Detective, e ritorna qui al franchise a cui ha dedicato già 4 puntate. L’occasione è il rientro in scena di Han, il pilota redivivo di Tokyo Drift che era appunto stata la prima regia di Lin nella serie (con lui rivediamo anche Sean, il protagonista di quel film, abbastanza inspiegabilmente trasformato in un mezzo idiota dalle smorfie da cartoon).
Stavolta manca però Chris Morgan, passato alla scuderia dei nemiciamici Hobbs & Shaw, lo sceneggiatore responsabile dell’assestamento attuale del team-Toretto (approntato a partire dal quinto, straordinario capitolo) e cioè dell’idea di farne in sostanza una gang di supereroi su quattro ruote (la Dodge Charger di Dominic è sempre più la sua Batmobile), con almeno un membro da ogni comunità etnica d’America (sull’invincibilità immortale di questi personaggi scherzano qui apertamente gli sketch tra Ludacris e Tyrese Gibson, e non a caso l’impresa spaziale del duo nel finale è una cosa a metà tra Dark Star e una risposta all’annunciata sfida interstellare di Tom Cruise e Elon Musk…).

Lin e i suoi due nuovi scrittori cercano di mantenere il livello oramai del tutto astratto delle peripezie automobilistiche raggiunto dalla saga (la trovata dell’episodio sono i mega-magneti che attirano gli altri veicoli, con risultati davvero vicini alle vertigini di Michael Bay), ma è evidente sin dall’incipit che hanno bisogno di riportare per quanto possibile il peso a terra, per settare le basi di questa nuova parabola alla scoperta del passato della famiglia Toretto.

Il risultato sono una serie di flashback vicini al mood stradaiolo dei primi film, per introdurre la figura del fratello di Dom, Jakob, e prendere un po’ le distanze dal tono fin troppo à la McQuarrie del numero 8 di F. Gary Gray: una ricerca di una solidità perduta di lamiera che si traduce probabilmente nella regia migliore di sempre di Justin Lin. Dovrebbe davvero diventare questo, il film di Uncharted, più che quello ufficiale in arrivo tra poco: se i fratelli Toretto vantano un passato di sbarre e avventure non dissimile dai fratelli Drake, alcune delle sequenze d’azione in giro per il mondo sembrano davvero avere a modello le missioni dei videogame Naughty Dog, dalla giungla iniziale all’inseguimento tra i tetti dei bus a Londra fino all’incredibile sezione con il mezzo cingolato inarrestabile del finale. L’indagine sulla fine di Han a Tokyo con protagonista l’inedita coppia Mia Toretto/Letty sembra uscita da L’eredità perduta, lo spin-off della serie videoludica – una deviazione che ci conferma quanto Fast & Furious sia la saga meglio coreografata del mondo blockbuster (John Wick a parte…), e insieme ci permette di fare la conoscenza della new entry più interessante di tutto il titolo, la letale Elle di Anna Sawai con katana al seguito (che batte facilmente l’innesto di un John Cena che comunque porta a casa un paio di belle scazzottate).

Ecco, nella Cannes in cui Titane di Julia Ducournau è Palma d’Oro, va sottolineata l’attenzione che Lin riserva alla sempre irresistibile Letty di Michelle Rodriguez, che qui, in assenza di O’Conner e anche dell’Hobbs di The Rock, assurge definitivamente (e depurata come si conviene di ogni ammiccamento da supergirl hot) a effettiva protagonista degli stunt action al fianco di Vin Diesel.
D’altronde Charlize Theron, come Helen Mirren e anche Kurt Russell, è stavolta poco più di un cameo di lusso – anche se poi Mirren ha il tempo di piazzare una battuta fondamentale all’indirizzo di Torretto: “sei il mio americano preferito”. Si tratta verosimilmente di una stoccata nell’ambito del dissing a distanza con Dwayne Johnson, ma il fatto che sia rivolta all’attore più “di frontiera” di tutta Hollywood è utile per ricordarci come questa di Fast & Furious, con buona pace di certi raffinati palati festivalieri, resti la saga più orgogliosamente multikulti dei nostri tempi.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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