Father and Son, di Hirokazu Kore-eda

dato mi fosse accordare

alle tue voci il mio balbo parlare

 

È un gioco senza senso. Davvero a volte non so più a che serva scrivere. È un vaneggiamento che non potrebbe esser superato anche se si conoscessero le lingue, le parole e le loro radici. Ci sono film dopo i quali non hai voglia di veder altro, non hai voglia di parlare. Perché si tratterebbe comunque di un giro a vuoto, un eccesso rispetto a ciò che ti ha toccato con l’evidenza della vita. Sarebbe come raccontare il primo bacio, la notte in cui ti scopri innamorato, la chiara percezione del tempo che ti sfugge di mano, il dolore per le cose perdute. Ci sarà sempre un margine incontrollato di inadeguatezza, come un viaggio nel buio della notte, nell’evanescenza delle cose. E occorrerebbe ritrovare quella semplicità smarrita lungo il cammino, per poter parlare col cuore in mano di sentimenti nient’affatto semplici. Ma anche un’assurda precisione chirurgica per trovare quell’unica parola che restituisca l’ordinaria, straordinaria meraviglia delle cose.

Like Father, Like Son è il film che ci scopre, definitivamente, fragili e incapaci. Eppure ci fa sentire veri, vivi, pieni, perché ci accoglie con la stessa gentilezza con cui accoglie i suoi protagonisti, adulti e bambini, trasformandoli nei migliori attori di questo mondo.

 

like father, like sonSulle spalle del piccolo Keita sono riposte tutte le speranze di papà Ryota e mamma Midori. Esercizi al piano, lezioni d’inglese, gli esami d’ammissione alla scuola privata, perché, si sa, con la scuola privata tutto viene più facile dopo. Ma chissà se è poi vero che quel bambino pacato non ha la stessa determinazione, la stessa brillante prontezza del padre? È un bimbo gentile, come la madre. Ma è proprio questo il suo difetto, perché lo priva dello spirito combattivo, quello che ci vorrebbe per sopravvivere in questo mondo duro. Il piccolo Keita gonfia palloncini di plastica e li fa volare in aria, si diverte come può, tra solitudine e i videogame. E mente, sognando di giocare con gli aquiloni insieme al papà. Ecco, Keita racconta una bugia “innocente” per accordare la realtà ai suoi intimi desideri, prima ancora che alla convenienza. Perché lui ha una venerazione per papà Ryota, vuole i suoi elogi, ama i suoi incoraggiamenti, lo insegue nel sonno, nei momenti in cui è distratto, con l’arma di una macchina fotografica. Ed ecco a un certo punto arrivare la notizia che restituisce un senso a tutte le differenze. Keita non è davvero figlio di Ryota e Midori: c’è stato uno scambio di neonati, avverte l’ospedale. Dopo sei anni? E come si fa dopo sei anni ad accettare l’idea di riprenderti il figlio vero, allevato da altri, da una famiglia amorevole, piena di calore, ma così diversa da te, dalle tue abitudini, dalle aspettative che avevi riposto nel figlio sbagliato?

 

like father, like sonKore-eda torna a parlare di famiglie, di sentimenti minimi,ma  tanto saldi da ritrarsi nel segreto delle verità, nella stanza buia di quei pudori che appartengono a tutti, nonostante il dominio delle apparenze e i miti della condivisione vogliano ormai negarli. Ci si può mettere in mostra quanto si vuole o si può rifiutare l’esistenza del cuore, ma ci sono legami da cui non ci si può liberare, volti, frasi che ti tengono avvinto con una risolutezza ben maggiore di quella che ti porta a rinnegarli. Non c’è che un padre e una madre, aldilà degli odi e degli amori, degli errori e della giustizia. Ma quand’è che si diventa padri, chiede Kore-eda. Non può essere una questione di parole, pensieri, opere e omissioni, come se ci fosse un codice da rispettare. E non può essere nemmeno un affare di leggi, certificati, carte da firmare. Uno è padre nel momento in cui si accorge di non poter fare a meno del proprio figlio, quello in cui scopre che, dopo tutte le deviazioni, le distanze possibili e immaginabili, gli errori dell’errare, la sua strada non può che ricongiungersi con quella dell’altro, con quella creatura a cui si è data una forma, giusta o sbagliata che sia. Si è padri solo alla fine del cammino, non all’inizio. Non è un dato, un flusso che passa attraverso il sangue, le cellule, le tracce di DNA nascoste nella saliva. La paternità è la ricompensa di una missione impossibile, compiuta nell’istante in cui si ha il coraggio di rovesciare le cose, per ritrovarsi figli dei propri figli.

 

Se c’è qualcosa che Kore-eda ci insegna, definitivamente, è che la bellezza non è una questione estetica, non nasce dai tagli, dalle luci, dalle musiche, come fosse una formula matematica da ritrovare nel rapporto tra i piani. Non ha bisogno di essere sottolineata, urlata, non va ricercata nel dominio della tecnica, nella sapienza dei campi né tanto meno nell’intelligenza degli assunti. Perché, semmai, quella sapienza, quell’intelligenza sono la conseguenza che nasce dall’accordo con una verità più intima. La bellezza si crea, gentilmente, nell’attimo in cui riconosciamo in una parte insperata del mondo, in un’altra immagine, un altro volto, un altro corpo, il segreto delle nostre emozioni e delle nostre relazioni. E può ben trattarsi di un’inquadratura che sobbalza, fuori controllo, seguendo gli alti e i bassi dei sentimenti. No. Il cinema non è davvero nulla, se non si lascia toccare dalla vita. Per questo ci ostineremo a rifiutare i freddi costruttori, i calcolatori meccanici delle emozioni. L’unico cinema in cui abbiamo voglia di entrare è questo. Entriamo, dunque. Oh my God.

Titolo originale: Soshite chichi ni naru
Regia: Hirokazu Kore-eda
Interpreti: Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Lily Franky, Keita Ninomiya, Shogen Hwang
Origine: Giappone 2013
Distribuzione: BIM
Durata: 121′