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Father Mother Sister Brother, di Jim Jarmusch

Un viaggio alla scoperta del più grande paradosso nel cuore del vuoto, dove si nasconde probabilmente il segreto del sentimento. Una magnifica partitura. Leone d’oro a Venezia82

Opera unica ma tripartita, trittico quadro famigliare con le sue dinamiche. Relazioni tra adulti, vissute nel presente, da concepire in una sola dimensione temporale, in tre luoghi del mondo diversi. La commedia si fa “appunto” antico e strutturato, con le tipiche progressioni armoniche del cinema di Jim Jarmusch, in cui si espandono quelle magiche “note abbassate” che evocano malinconia e lotta, felicemente invischiate, intervallate, in un più complesso e virtuosistico genere, fatto di improvvisazioni e ritmi più sincopati. Insomma, l’ineguagliabile spartito del regista ci lascia fluttuare ancora una volta nel guado tra nostalgia e malinconia, così che il desiderio per il passato lasci il passo ad una più vaga, quanto magica, tristezza, legata ad una perdita indefinita o a quell’insostenibile senso di insoddisfazione esistenziale. “Father” è ambientato nel nord-est degli Stati Uniti, tra la neve, e Tom Waits, che vive da solo, riceve la visita dei suoi due figli (Adam Driver e Maiym Bialik) che non vedeva da diversi anni.

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Regna l’apparenza, il distacco, il non conoscersi, i silenzi, gli imbarazzi, ma l’ascia di guerra che ad un certo punto imbraccia Tom Waits, per dare una prova ai figli di come trascorre il tempo spaccando legna, proprio al centro del soggiorno, rischiando di colpire anche la figlia, mostra quello che pochi possono permettersi al cinema: l’anti-azione. Nel pianeta di Jim Jarmusch, dove i dettagli si accumulano a dismisura, quel vaso di fiori posizionato al centro della tavola bandita per il tè delle cinque, realizza il non-sapere, impalla le interpreti, va sostituito e si fa altro tassello imprescindibile dell’anti-azione filmica. A Dublino “Mother” Charlotte Rampling, scrittrice di successo, ritrova al consueto appuntamento del martedì a casa sua le due figlie così tanto apparentemente diverse (Cate Blanchett e Vicky Krieps) e oscurate. Mancano pezzi dappertutto, corpi, presenze, quel legame spazio-temporale ancora una volta non si esprime in transizione, dissemina però prove di vita, sul pianeta ancora inesplorato, di oggetti e motti. Oggetti e motti che sconfinano e saldano un’ideale famiglia allargata: il rolex falso o vero, l’acqua filtrata o pura e “bob è vostro zio” in “desolandia”.

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A Parigi “Sister Brother” (Indya Moore e Luka Sabbat) devono raggiungere in macchina il vecchio appartamento dei genitori, prematuramente scomparsi per un incidente aereo. Per l’ultima volta vogliono ritrovarsi tra le mura dell’infanzia, vissuta nella cultura hippie e ai limiti della legalità. Fanno una sosta per il caffè senza sigarette. Manca il post ad ogni evento, manca la nicotina, la sostanza tossica, la dipendenza, o meglio la codipendenza, quella disfunzione di totale annullamento al punto di sacrificare i propri bisogni e desideri. Potrebbe essere considerato un Jim Jarmusch minore, perché i suoi proverbiali deragliamenti visivi e narrativi sembrano essere oggi più calcolati, misurati, le sue febbrili alterazioni relativamente “curate”, ma resta sempre inalterato il vuoto in cui ci lascia sprofondare, quel vuoto che non è assenza, ma una presenza sottile e potente, un mare invisibile di possibilità. Il suo viaggio è sempre alla scoperta del più grande paradosso, perché nel cuore del suo e nostro vuoto, evidentemente si nasconde il segreto del sentimento.

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Titolo originale: id.
Regia: Jim Jarmusch
Interpreti: Tom Waits, Adam Driver, Mayim Bialik, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat, Françoise Lebrun
Distribuzone: Lucky Red
Durata. 110′
Origine: USA, Italia, Francia, Irlanda, Germania

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
3.25 (61 voti)

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