FCAAAL Milano 25 – La bellezza è speranza, incontro con Abderrahmane Sissako

È il presidente della giuria della 25esima edizione del festival. Non ha realizzato molti film, dopo ci spiegherà perchè. Il pubblico del festival, nella pomeridiana ora del tè in un clima quasi familiare, senza accademismi laureati, senza equilibrismi interpretativi, ha incontrato sotto la guida attenta di Anna Maria Gallone, Alessandra Speciale e Giuseppe Gariazzo, il regista Abderrahmane Sissako. Autore del pluripremiato Timbuktu (in Francia 7 Cesar) film che a proposito di jiadismo, guarda da vicino il rapporto tra imposizione della regola e spazio privato.

Quali sono le sue origini, da dove nasce il suo cinema?
Sono nato in una famiglia molto povera. eravamo undici figli e oggi chi fa il medico e chi l’ingegnere o il contabile, chi lavora nella direzione di alberghi e chi, come me, fa il regista. Io ho imparato da piccolo a fare delle rinunce e tra le cose a cui ho rinunciato e che ho semore desiderato vi è una bicicletta. Da ragazzo non ho mai avuto una bicicletta e non capivo che mio padre non aveva i soldi per comprarmela, ma non capivo nemmeno che non sarebbe ma stata mia perchè l’avrei dovuta condividere.

--------------------------------------------------------------------
IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21st!

-----------------------------------------------------

Per questa ragione, anni dopo in La vie sur Terre hai attraversato i villaggi su una bicicletta?
Si è vero. Quella è stata la mia prima bicicletta! comprata di seconda mano.

Che rapporto hai con il cinema? Quella dei tuoi film è un’estetica molto precisa, i tuoi film sono sempre molto belli nonostante le storie che raccontano sono a volte molto dure. Come si concilia la bellezza estetica con questi racconti.

--------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------
Vi sembrerà strano, ma io non sono un appassionato di cinema. Forse per questa ragione passa molto tempo tra un film e l’altro. A me piace molto la fase preparatoria di ogni lavoro che faccio ed è forse per questo che queste fasi durano tanto tempo. Il film poi arriva quando deve arrivare. Credo di dovere fare film quando sento che c’è una necessità.
Quanto alla seconda domanda credo fermamente che la bellezza che io provo a cercare, in effetti sia già dentro i luoghi in cui ambiento le storie che racconto. Anche la dove la vita si presenta come più dura e difficile possiamo trovare la bellezza. Per questa ragione io credo che la bellezza sia spesso sinonimo di fragilità, ma nello stesso tempo è sempre sinonimo di speranza.
Spesso noi occidentali quando parliamo di cinema africano FCAAAL 25, Abderrahmane Sissakonon ci rendiamo conto che stiamo parlando di un continente e non di un singolo paese…
Si questo è vero, come è vero che in Africa ci sono 54 paesi e per esempio il Mali e la Mauritania non hanno nulla a che vedere tra loro, sono due paesi diversi con culture diverse. Ma è anche vero che in questo momento con il mio cinema non intendo occuparmi delle singole identità africane e preferisco considerare anch’io l’Africa come un Paese unico. Credo che questo atteggiamento sia legato a quel senso di solidarietà che ritrovo sempre nei paesi africani, ma in realtà trovo anche molta solidarietà nei confronti dell’Africa da parte degli altri Paesi. Ma anche qui, l’Africa è un continente fragile, cosìcome anche l’Europa, e se l’Africa sta male è perchè tutto il pianeta sta male.

---------------------------------------------------------------------
IL PRIMO NUMERO DI SENTIERI SELVAGGI IN OFFERTA AL 50% NEL MESE DI APRILE

---------------------------------------------------------------------