#FCAAAL28 – Severina, di Felipe Hirsch

Che belle sorprese riserva da un po’ di tempo a questa parte il cinema dell’America Latina. Dal Cile e dall’Argentina ci siamo abituati ad un cinema profondamente umano, che sembra sempre volere andare al fondo delle cose terrene, dei sentimenti, soprattutto, ma che si trasforma in altro, in una evoluzione narrativa tanto inattesa e imprevedibile quanto, a conti fatti, di felice soluzione per spettatori esigenti. Sull’onda di questa ventata che da ovest colpisce il nostro immaginario, arriva a Milano, nella sezione del Concorso dei Lungometraggi, dopo l’esordio a Locarno, Severina film non comune girato dal brasiliano Felipe Hirsch che porta a compimento il progetto radunando un cast e fondi internazionali, tra Cile, Uruguay, Argentina e Perù. All’origine c’è un romanzo omonimo, di Rodrigo Rey Rosa, in Italia edito da Feltrinelli.
La storia è affascinante. Lui è un libraio, con aspirazioni da scrittore. Lei ama i libri e frequenta la sua libreria, ma per rubarli. Non lo fa solo con lui. Lui si innamora di lei che si fa chiamare Ana. Poi lei sparisce e lui comincia scrivere, ma entra in un delirio amoroso per il quale non si dà pace. Lei ricompare, ma ancora lui non sa molte cose di lei.
La sorpresa del film sta nel suo fluire tranquillo in superficie, ma nel celare un mondo ribollente nelle sue profondità. Severina comincia come un racconto rohmeriano come una leggera commedia di sentimenti. Nel suo fluire il racconto si tinge delle sfumature più grevi del noir, nel personaggio femminile traspaiono i lineamenti della femme fatale e nell’angoscia della ricerca di ciò che gli sfugge perché non conosce, il protagonista incontra i fantasmi di un mondo che corre parallelo. Ma al contempo Severina non è un solo incubo, ma soprattutto un film sul racconto e sulle sue trasformazioni, è un film sui personaggi dei nostri racconti, è un film sulla realtà fantasmatica dei personaggi, è un racconto calibrato sul lato sconosciuto della vita, è un film che potrebbe appartenere a Polanski nella sua migliore versione di indagatore sui fantasmi dell’esistenza, oppure diventare, ancora una volta, un aleph borgesiano in cui si istituisce il labirinto di un’esistenza. Severina è una bella ragazza e la sua bellezza sembra diventare l’emblema di un universo femminile dal quale ogni uomo, compreso il libraio scrittore, resta affascinato. Ma ancora di più lo affascina la scrittura ed è proprio in questo vortice formato dalla ricerca di una dimensione di normalità nel suo rapporto con Ana e il desiderio della scrittura e della necessità della fantasia come motore della propria passione, che il protagonista, cadendo, vi si trova avviluppato e senza via d’uscita. Ma per Ana non esiste alcuna normalità consuetudinaria, se non il furto premeditato dei libri.
Era già accaduto con l’argentino Il cittadino illustre di Gastón Duprat, Mariano Cohn e accade di nuovo con Severina, il cinema che appare nella forma di cui, in fondo, non è fatto, che supera la classica uniformità narrativa per approdare ad una poliedricità imprevedibile, ma preziosa per l’avventura della visione. Il film di Hirsch diventa anche un racconto su un’ossessione che è quella della lettura, ma anche del piacere del furto come sistema di appropriazione del piacere segreto della lettura; è un film sull’ossessione della scrittura, come creazione di un mondo fantastico e vorticoso. Temi già affrontati in realtà, in molte occasioni, con la complicità dei libri di Stephen King, ad esempio, con una ricca e articolata filmografia che, in parallelo, si è occupata, in varie forme, dei malesseri dello scrittore. Hirsch adotta una soluzione in linea con le scelte di scrittura e giocando con la commedia e il melodramma, il noir e l’introspezione combina le componenti risolvendo ogni nodo narrativo con originale eleganza. Severina è un film che costruisce un mondo a se quasi a volere sottolineare il baricentro narrativo che è la sua protagonista con una vita così misteriosa come le strade che il film intraprende.
Da sottolineare le ambientazioni. La storia è immersa in ambienti cittadini, ma quei fondali reali sono spogliati da ogni essenziale segnale umano. La libreria del protagonista all’incrocio di due strade importanti della città, sembra costituire l’unico segnale di vita della città. Ambientazione parzialmente astratta, a metà tra il fantascientifico e l’onirico, pur restando il registro narrativo su un piano di assoluta linearità drammaturgica in una narrazione di consueta quotidianità.
Ancora una volta, quindi, il cinema latino-americano trova una strada di insospettabile tensione narrativa, rinnovando i generi, lavorando su una metamorfosi che si fa essenziale per la loro rivitalizzazione, abbandonato definitivamente ogni realismo magico che sembrava dovesse costituire la sola spina dorsale della narrativa di quei Paesi, cinema compreso, i registi, ma anche gli scrittori, hanno evidentemente messo a frutto la fantasia, l’immaginazione facendone materia narrativa priva di alcuna magia terrena. Oggi i loro racconti restano affidati ad una particolare complessità e alla prolifica stratificazione dei generi, ad una singolare capacità di guardare a quella specie di metafisica quotidiana, ambito nel quale scrittori come il già citato Borges hanno ampiamente lavorato e scavato a fondo. Severina sembra raccogliere in questo una bella e ricca eredità. La solidità del racconto e la sua costante metamorfosi diventano materia che scivola piana nelle sue immagini. Hirsch ha lavorato con sapienza, trascinando il suo protagonista in un’avventura che assomiglia a quelle dei molti eteronimi di Pessoa, un film che attingendo da una immensa riserva letteraria, racconta di tante ossessioni tra le quali quella del cinema che sembra contenerle tutte facendole risaltare, come in un prisma illuminato e mostrandone di ciascuna la bellezza.