Febbre da cavallo, di Steno

“Guidare un cavallo è come dirigere un’orchestra” (fantino Rossini in Febbre da cavallo)

Tocca dire una cosa sgradevole a proposito di Febbre da cavallo. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici o nelle scuole professionali che il film di Steno era diventato negli anni ’80 un vero oggetto cult. Quando in tv lo davano solo sulle tv private, tipo Teleroma 56. E per fortuna io, che ero stato costretto a frequentare lo scientifico, avevo dei miei amici delle medie con cui ci giocavo a pallone e vedevo spesso questa grandissima commedia. E come per Vacanze di Natale dei Vanzina, s’imparavano le battute a memoria. E soprattutto lo sketch di Gigi Proietti nello spot vestito da vigile. “Fischio maschio senza raschio”. “Whisky maschio senza rischio”. Che ha tutta la potenza di uno sketch di avanspettacolo. Ma che al cinema funziona alla grande. La metamorfosi del volto, la voce la battuta. Come Totò. Che Steno conosceva bene. E in più quelle frasi che sembrano tirate lì. Ma che sono violente polemiche teoriche. “Il regista ha sempre rovinato l’attore”. Come l’attacco di Gassman ai film sull’alienazione di Antonioni in Il sorpasso. Oppure lo stesso Risi (Straziami ma di baci saziami), Alberto Sordi e la commedia all’italiana presi di mira da Nanni Moretti in Ecce bombo.

Al liceo scientifico, dove andavo, Febbre da cavallo veniva ignorato da chi organizzava dei terribili cineforum. Che avrebbero fatto scappare anche André Bazin e gli avrebbero fatto passare la voglia di vedere qualunque film. Dove i Rocky degli anni ’80 erano delle ‘americanate’ e anche reazionarie. E in cui si alleavano con i più esperti cinefili del classico (liceo Manara di Roma soprattutto ma anche il Virgilio) per delle rassegne su Pasolini, Quarto potere o Fellini. Proprio quegli studenti che non potevano essere protagonisti di bullismo e di maleducazione contro i professori. Perché una celebre ‘amaca’ di qualche giorno fa, dice testualmente: “il livello di educazione, la padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.

Tocca dire un’altra cosa sgradevole a proposito di Febbre da cavallo. Che il film di Steno si può certamente amare ma non si può capire al di fuori del Raccordo Anulare. Non è solo un film su Roma ma è un film romano. Ancora di più di Un americano a Roma. Come ci sono film napoletani, milanesi etc che possono essere amati da chiunque ma appartengono in qualche modo alla città. E Febbre da cavallo è più giallorosso che biancazzurro. Essendo interista, dall’esterno quei colori li riesco a vedere meglio. Chi viene da fuori non sa cosa significa andare in pellegrinaggio all’ippodromo di Tor di Valle. Quando ero adolescente ci sono andato più volte ed è capitato che mi sono giocato anche un cavallo. Ho perso ma non importa. Ma non è la stessa cosa che andare a via Veneto a vedere i luoghi di La dolce vita o a Cinecittà. Tor di Valle è un tempio. Anzi, il tempio. È il luogo di Mandrake (uno strepitoso Proietti), der Pomata (Enrico Montesano), Felice (Francesco De Rosa), l’avvocato De Marchis (Mario Carotenuto). Dove da lì tutto parte. Dopo la voce-off iniziale che rimanda all’aula di tribunale con il giudice (Adolfo Celi) anche lui patito di ippica. Con in più delle icone. Il mitico Alberto Giubilo che commenta la corsa. Lui sta al mondo dei cavalli come Nicolò Carosio o Sandro Ciotti stanno a quello del calcio. Anzi, ancora di più. Era proprio la voce dell’ippica.

Tutta la messa in scena della truffa, della corsa truccata, ha ancora oggi qualcosa di geniale. Con un ritmo pazzesco, alimentato anche dalla mobile scrittura dello stesso regista con Alfredo Giannetti ed Enrico Vanzina e dalla colonna sonora di Bixio-Frizzi-Tempera che ha la sintesi dei grandi film di rapina statunitensi. Ma poi c’è tutta la dipendenza dal gioco. Basta vedere come i tre protagonisti vengono attratti dal gioco delle tre carte alla stazione di Napoli. Una continua ipnosi, un bisogno fisico. Dove dietro ogni momento sembra esserci sempre l’inganno. Dove anche ogni personaggio secondario è curato nel dettaglio, come la sorella del Pometa e la sua terribile fiata.

Tocca dire un’ultima cosa sgradevole a proposito di Febbre da cavallo. Una parte del cinema italiano, dovrebbe ripartire da qui. Non è un segno di crisi, di ricambio generazionale, di scrittura. Conta prima di tutto il modo di guardare. E vedere che i bulli non stanno solo negli istituti tecnici o professionali.

 

Regia: Steno

Interpreti: Gigi Proietti, Enrico Montesano, Catherine Spaak, Francesco De Rosa, Mario Carotenuto, Adolfo Celi

Durata: 100′

Origine: Italia 1976

Genere: commedia