#FEFF21 – Birthday, di Lee Jong-un

L’edizione del 2014 del Far East Film Festival veniva dedicata alle vittime del tragico incidente del traghetto Sewol che era affondato quello stesso anno, e che causò la morte di centinaia di vittime, soprattutto adolescenti in gita scolastica. Dopo cinque anni si torna a commemorarne le vittime con Birthday, film di apertura della 21esima edizione. Lee Chang-dong, regista di Poetry e Burning, è produttore di questa pellicola molto attesa in patria che narra il dramma della perdita trasportandoci nella sfera quotidiana della famiglia di una delle vittime dell’accaduto. L’elaborazione del lutto, il senso di colpa, il peso dell’assenza di una persona cara.

Le vicende del film si svolgono quando ormai la tragedia è già avvenuta. L’attrice Jeon Do-yeon, nota per aver vinto il Prix d’interprétation féminine al Festival di Cannes 2007 per il film Secret Sunshine di Lee Chang-dong, interpreta la madre di una delle vittime. La stanza del suo defunto figlio è rimasta intatta. Ora lei vive con la sua piccola figlia. Quando il padre suona il campanello di casa loro non rispondono, fingendo di non essere presenti. Egli dopo anni di lavoro all’estero vuole tornare a stare con loro, ma riceve in risposta un freddo distacco. La bambina dopo un po’ torna a familiarizzare con il padre, ma la madre non riesce a perdonarlo per la sua assenza. Sì, questo è un film sull’assenza, non solo del figlio scomparso, ma soprattutto dei genitori che non erano presenti al momento dell’incidente. Il senso di colpa di entrambi i genitori si fa insopportabile. Anche i momenti di quiete sembrano celare una rottura che rischia si esplodere in una crisi incontrollabile.

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Paradossalmente, invece, il ragazzo defunto sembra essere presente anche dopo la morte. Il sensore che accende la luce si attiva per qualche istante quando la madre va a dormire. Lei sembra percepirla come una presenza del figlio. Ne è impaurita, ma intimamente ne è anche rassicurata. Sia la madre che il padre trattano il figlio come se fosse ancora vivo. Non riescono a separarsene. Non riescono a lasciarlo andare. La regista sudcoreana Lee Jong-un, che in Poetry svolgeva il ruolo di aiuto regia, si dimostra abile nel calare lentamente lo spettatore in una quotidianità illusoriamente tranquilla, che nasconde il più atroce dei dolori. Tutto è riportato al modo in cui la famiglia percepisce il lutto. La dimensione pubblica dell’evento viene messa da parte e quando entra in gioco si presenta come una notizia proveniente da una radio o da una televisione fuori campo, quasi per sbaglio.

È rispettoso nei confronti del defunto accettare un sostanzioso risarcimento? È perdonabile l’assenza dei genitori quando il figlio ne aveva bisogno? Ed è utile prolungare la presenza del figlio svolgendo attività che avrebbe voluto e celebrando il suo compleanno? Forse a queste domande non serve davvero una risposta definitiva. Forse la presenza persistente di fantasmi che faticano a staccarsi da noi è il frutto della nostra fragilità ed è proprio questo a renderci umani. Nonostante i limiti del film è questo ciò che traspare, una profonda e sincera umanità. L’unico approccio possibile per un argomento così delicato.

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