Ferrante Fever, di Giacomo Durzi

Il documentario di Giacomo Durzi riguardo Elena Ferrante, anzi, riguardo la febbre che a New York City (cioè Manhattan) si è creata recentemente riguardo i di lei libri, gioca con il concetto di invisibilità, essendo invisibile sia l’oggetto del discorso che in qualche modo un punto di vista più ampio sulla questione.
La cosiddetta febbre americana viene testimoniata da alcune interviste a pezzi da 90 dell’editoria di New York (tra editori e scrittori-mostro come Jonathan Franzen), la cui assertività (condita dalla ripetitività dell’(in)visibile carrello laterale) a volte sembra lambire quasi il confine del consiglio promozionale (si vedano i brevi inserti didascalici con i nomi degli intervistati).
Pare non si voglia mai scavare sotto la superficie dello “wow” esclamato (addirittura come verbo) da Franzen stesso. Se “smarginatura” è termine adottato dall’inafferabile scrittrice, trovare tale smarginatura è possibile forse solo nell’intervento dell’onesto Mario Martone, il quale ci mette la faccia per dire che de L’amore molesto egli venne inizialmente colpito dai suoni di Napoli più che dal resto.
Anche le varie testimonianze italiane vanno ben poco oltre l’elogio telefonato (persino Nicola Lagioia che qui pare interpretare la timida voce contro).

Alla fine sembra che chiedersi chi sia Elena Ferrante sia un problema di per sé. Quando la domanda vera invece potrebbe essere: “perché – oggi in Italia – non ci si può chiedere chi è la Ferrante?”. Per tutta l’ora e passa di proiezione si ripete continuamente che è più importante l’opera dell’autore ma poi non si riesce mai a fare una vera analisi del testo, puntando molto sulla fiducia che lo spettatore deve riporre, fino a mostrare “il mostro” Roberto Saviano dichiarare come il fenomeno Ferrante testimoni finalmente il successo della centralità dell’opera sulla faccia dell’autore.
E qui si spera vivamente egli si riferisca solo al giardinetto italico, dato che all’estero è prassi ormai datata.
La provincia italiana è il luogo dove non si perdona il successo (come avrebbe voluto dire il regista) ma un conto è la dietrologia, un altro è l’inchiesta e l’analisi. Laddove invece il film pare invitarci ad applaudire il successo e scivolare via contenti. Se poi si scoprisse che tale Ferrante fosse veramente Anita Raja o il marito Starnone (ma il regista sorvola del tutto sulla celebre inchiesta del Sole 24ore) allora sarebbe un dramma. Non capiamo perché. Intanto l’invisibilità regna sovrana e alla fine pare non aver visto nulla.


Regia: Giacomo Durzi

Distribuzione: QMI Stardust
Durata: 74′
Origine: Italia, 2017