FESTA FRANÇOIS TRUFFAUT – I 400 colpi

…quel che non ha vergogna ne mai ce l’avrà quel che non ha giudizio.

Da O que serà di Chico Buarque de Hollanda, nella traduzione di Ivano Fossati

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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È un brivido che passa accostarsi all’opera più famosa di François Truffaut e (probabilmente) più pienamente ispirata, dotata di una verità profonda e di una schiettezza che difficilmente trova eguali. Ritroviamo i percorsi di ciascuno di noi, una voglia di libertà che sembra perduta, il dolore della perdita, l’innocente sfrontata guasconeria, tutto dentro un disordine adolescenziale, nella magica essenza  di una malinconia in bianco e nero, struggente, che rimanda ad una città nella quale non ci riconosciamo più, ad un futuro davanti che sembra sfuggire. Truffaut fa parte dei nostri sogni ad occhi aperti e sembra legarci una vecchia amicizia che ci ha accompagnato per anni, interpretando le mutevoli fasi della vita: la gioia di vivere e il gusto di una inattesa libertà. Siamo tutti dentro quel fotogramma finale de I 400 colpi, fratelli, amici, compagni – e tutto per sempre – di Antoine Doinel, un Jean-Pierre Léaud ancora adolescente, ma già così forte presenza nelle storie del regista francese che la sua volubile fisicità sembrò indispensabile per il futuro del suo cinema.

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Film fortemente ispirato pensato dapprima come un cortometraggio, venti minuti soltanto per raccontare un giorno e una notte di un adolescente che non torna a casa nella Parigi occupata dai tedeschi, diventò un’altra storia e le vicende trovarono ambientazione negli stessi anni in cui fu girato.

Liberamente ispirato alla sua turbolenta biografia di adolescente quando fare il diavolo a quattro è la regola dell’età, quella dell’argent de poche, I 400 colpi è soprattutto un inno alla libertà. Un lungo, faticoso, pericoloso percorso che porta alla libertà il cui simbolo resta l’inquadratura finale, lo stop-frame che ne segna il raggiungimento, o comunque, la breve ed effimera conquista di quanto sembrava inafferrabile.

Lavorare attorno alla propria vita è forse quello che Truffaut ci ha insegnato a fare, lavorare sempre e comunque dentro le passioni a volte divoranti e distruttive (Adele H., La camera verde, La donna della porta accanto, La sposa in nero, L’uomo che amava le donne) e qui Antoine Doinel, il seriale personaggio del suo cinema, sembra prepararsi a questa passione infliggendo e infliggendosi dolori. Sembra quasi che il film li voglia filmare quei dolori che accompagnano l’adolescenza, malesseri sordi e inascoltati, consumati nel silenzio di una preghiera laica e di una (e)stran(e)a devozione, leniti da una libertà a tempo, nella scapigliatura di un’età che non accetta le regole. Truffaut, Doinel, I 400 colpi si fanno interpreti di questo sottile e silenzioso dolore, di un’ansia verso qualcosa che va scrutata, una linea d’ombra sconosciuta che sembra essere segnata dai passi sulla sabbia nel liberatorio finale.

Il film traduce questa ansia incontenibile e sconosciuta che sappiamo essere quella verso quella libertà che è desiderio di autodeterminazione (… io voglio vivere la mia vita) unico e assiduo desiderio possibile. Antoine ha l’età che appartiene all’innocenza forse persa quando l’obiettivo sembra raggiunto. Come un’utopia che se raggiunta sembra togliere senso alla vita.

Le strutture narrative di Truffaut – se è vero che si fondano su una libertà artistica che traduceva la sua libertà di pensiero, in un inatteso fermo immagine o in un insolito movimento di macchina, che lui sembra volere svelare dentro quel labirintico taccuino che è Effetto notte – rispondono perfettamente alle esigenze della narrazione. Il film, composto con quei canoni sconosciuti e inventati che non sapeva sarebbero diventati quelli della nouvelle vague, dissemina tracce, tragitti di fughe nella città e poi dal riformatorio, tracce dei tradimenti e della colpevole solitudine in cui Doinel è lasciato. Il mondo Truffaut, la sua giovanile inquietudine sono parte insostituibile di quelle riflessioni, di quel racconto che traduce la tensione di Antoine che non sembra essere lasciato neppure un minuto da solo nella febbrile attenzione che gli dedica la macchina da presa che resta vigile, sensibile a cogliere ogni gesto, ogni diaframma che sembra aprire la storia del giovane alla vita. E intanto disegna le geometrie della città. Parigi amichevole e conosciuta, invernale, piovosa e disponibile a diventare luogo di libertà per Antoine e René nelle loro confuse peregrinazioni. Fughe e ritorni nelle famiglie disfatte che la mano cattiva di Truffaut ritrae in tutta l’ipocrisia borghese che resta eterna. La rivolta di Antoine è in primo luogo rivolta contro la famiglia. Una madre distratta ed egoista, cosciente di una bellezza che coltiva con malizia e in funzione dei tradimenti che infligge al marito, il quale intravede i suoi comportamenti segreti. Da parte sua, lui, bonario e facilone, non si accorge della solitudine del figlio, che non è suo e per il quale pensa di avere fatto tutto avendogli concesso il suo nome. La solitudine si fa abbandono al riformatorio, quando la madre segna il distacco, sancisce la separazione. Né è migliore la famiglia di René. Madre alcolizzata e padre giocatore. In questi scenari desolanti i due ragazzi trascorrono la vita desiderando la libertà, che trovano soltanto nella città conosciuta, amata e protettiva. 

Truffaut, che lavora su una struttura dei dialoghi che lascia spazio all’istinto del suo interprete, rispetta i canoni narrativi quando le immagini si fanno carico di tradurre gli stati d’animo che si fanno complessi. Se la condizione di reclusione di Antoine è una costante del film che caratterizza la centralità del testo, costituendone l’oggetto, Truffaut non l’avrebbe disgiunta dalla forma della sua messa in scena. Se il film aspira quindi ad una libertà per il suo protagonista è anche vero che l’aspirazione si fa necessaria in parallelo alla condizione di recluso di Antoine. Recluso non solo in riformatorio, ma anche negli spazi angusti della casa, condizione accentuata dalle inquadrature ravvicinate. E poi rinchiuso nella gabbia del commissariato, che anticipa la struggente sequenza del furgone della polizia che lo porterà al riformatorio. Vedremo Antoine piangere per la prima volta dietro le sbarre del mezzo della polizia, quando i suoi sguardi, espressi in malinconiche soggettive, salutano la tanto amata e notturna Parigi. Ancora più esemplare, forse l’incipit, vera e propria dichiarazione di intenti. Antoine, l’unico su cui si centrano le attenzioni del professore per una immagine che ha fatto il giro della classe, sarà punito e mandato dietro la lavagna. Come un detenuto scriverà sul muro: qui è stato punito Antoine Doinel.

L’intero ordine sociale sembra essersi liberato di Antoine, la madre, ora libera di continuare la sua vita, il patrigno, che potrà dedicarsi ai suoi domenicali passatempi sportivi, la scuola, priva di alcuna sensibilità formativa. Ma Doinel tornerà a farsi sentire, caspita se tornerà! Per continuare a raccontare le vite incrociate di Truffaut e Léaud, in un doppio alter-ego che appartiene di diritto alle curiosità del cinema, ma per noi alla vita che in quel cinema si fa immagine perpetua. In questa tessitura così stretta, in cui sembra difficile distinguere la vita dal cinema, in quel lavoro attorno a se stessi che ha caratterizzato l’opera dell’Autore francese, ciascuno ritrova un poco di se stesso, la nostalgia di un se stesso passato. Siamo tutti Antoine Doinel ed è questa la ragione che ci fa amare quest’opera così profondamente, rivederla per assorbire ogni sussulto nascosto e provare a ribattere alla provocazione di Truffaut che sosteneva che non avrebbe permesso a nessuno di dire che i vent’anni sono l’età più bella che si possa vivere.