FESTA FRANÇOIS TRUFFAUT – Tirate sul pianista

Perché Truffaut è sfrontato verso tutto e tutti e forse più di ogni altra cosa verso se stesso e perché quando Truffaut sceglie un romanzo è come se scegliesse una donna: Tirate sul pianista è questo e la Hollywood Babilonia, la Hollywood che era grande quando adesso il cinema è diventato piccolo, la Hollywood dei maestri con cui parlerà per un intero libro

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Quella volta che non furono i padri (pellegrini) ma i (cine)figli a sbarcare sulle coste del Nuovo Mondo, e per di più dalla parte opposta, non dal freddo e letterario Atlantico ma dal caldo e cinematografico Pacifico: Serge e Louis, Daney e Skorecki, venti anni il primo e ventuno il secondo, vagabondi con mappe emozionali in testa alla ricerca delle parole di grandi uomini, uomini dell’Ottocento depositari di memorie evocate in ville spagnole, con bende piratesche e volti di pietra a suggerire altre storie, altre visioniBuster Keaton, Howard Hawks, Josef Von Sternberg, Jerry Lewis, Jacques Tourner, Leo MacCarey

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O prima ancora, quella volta che Daney e Skorecki fondarono Visages du cinéma e Serge scrisse nel primo numero su Un dollaro d'onore e nel secondo e ultimo su Anatomia di un omicidio. O molto indietro nella vita del solo Serge, quella volta che il ragazzo mai dimenticato vide – per poi non smettere mai più di vedere – Il covo dei contrabbandieri di Fritz Lang. Riscrivendo il Daney di qualche decennio dopo, “that's how we negotiated our entree into the Cahiers”. Come aveva fatto, qualche anno prima, ai Cahiers e nel cinema, François Truffaut.

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Perché è da lì che esce fuori l’uomo che scappa nella notte dell’incipit di Tirate sul pianista – o dal quel kinematos puro che è I quattrocento colpi, faire les quatre cents coups, fare il diavolo a quattro, vortice inebriante già dal titolo mozzafiato, tutto un pedinamento di corse, giostre, lanci, urla, con un Antoine Doinel bête sauvages (o il doppelgänger Richard Kanayan, lì il compagno di giochi Abbou, qui il fratello di vita Fido) diventato uno dei quattro abominables frères Saroyan. Chico non viene fuori da un vicolo buio ma dagli equivoci d’amore e di musica di Una notte all’opera dei fratelli Marx, Chico viene fuori dalla condannata umanità de La fuga di Delmer Daves – altro cinema classico, altro libro di David Goodis. Truffaut, per mostrarsi al mondo dopo l’esordio che è sempre improvvisa e velata apparizione, torna alla Hollywood Babilonia, alla Hollywood che era grande quando adesso il cinema è diventato piccolo, ai maestri con cui parlerà per un intero libro – come faranno, un decennio dopo, ancora e ancora, ad un paese e una cinematografia di distanza, Wenders e Fassbinder.

E appena dopo un film decide di fuggire anche lui, mantenendosi a distanza dal viso-bassorilievo di quel bambino sulla spiaggia, perché Truffaut è sfrontato verso tutto e tutti e forse più di ogni altra cosa verso se stesso. Mette quindi insieme Charles Aznavour dietro un pianoforte e mai davanti ad un microfono e un romanzo noir che vibra di azioni e reazioni slapstick, per un risultato che già dentro la sua testa deve essere sfida e costrizione con I quattrocento colpi. Ne viene fuori un puro gesto nel vuoto che guarda al cinema e al suo cinema, che si propagherà poi in altri titoli, in altri movimenti (La sposa in nero, La mia droga si chiama Julie…), perché quando Truffaut sceglie un romanzo è come se scegliesse una donna, filmando il libro di Goodis sincero e caldo come Lena/Marie Dubois, chiuso e distante come Thérèse/Nicole Berger – e in futuro avverrà tante altre volte, Jeanne Moreau, Catherine Deneuve, Isabelle Adjani…

E’ materia disposta ad essere plasmata Tirate sul pianista, srotolamento per immagini di quei titoli di testa che mostrano un pianoforte – non quello di Aznavour ma il pianoforte ideale, primo – alle prese con le musiche per malinconici tasti bianchi e neri di Georges Delerue, alternanza cromatica ed emozionale che rincorre Charlie Saroyan/Aznavour che scappa da due tizi che vogliono uccidere il fratello, Charlie che cresce Fido e si diverte con Clarisse, Charlie che si innamora di Lena che lo amava di nascosto, Charlie che davanti a Lena ricorda la gioia e il dolore di Thérèse, Charlie che uccide Plyne, Charlie che scappa nella casa di famiglia, Charlie che viene trovato dai due criminali e Charlie che toglie dal viso dell’assassinata Lena la neve sporca di sangue… La caméra-stylo di Truffaut è furiosa e delicata su ogni viso, su ogni ambiente, non vuole perdere un attimo delle incessanti pulsazioni musicali e mentali di Charlie, e che sia una nota o un ricordo si tuffa dentro le chiazze e le pozze di luci e ombre disegnate da Raoul Coutard, quasi a voler eludere i tagli di montaggio e restituire il lungo flashback di Charlie e Thérèse al presente o a portare Lena da un’altra parte quando un attimo prima camminava spalla a spalla, respiro a respiro, con Charlie.

Ma alla fine, a cosa è servito tutto questo? Nessuno può dirlo, forse solo ai personaggi incontrati in questa ora e mezza, che appena si specchiano nell’occhio di Truffaut fanno la cosa più difficile e arrendevole di questo e di quel mondo: ci parlano. Ci parlano improvvisamente e senza prendere fiato della moglie che si è arrivati ad amare due anni dopo il matrimonio, dei fratelli abbandonati da piccoli, di uomini che spezzano le vite, prime e ultime confessioni di prostitute, ladri, cameriere, suicidi, che sanno di non avere altre possibilità per dare a qualcuno il ricordo delle loro vite prima di sparire dalla scena, abbandonati, dimenticati – e Nicole Berger morirà sette anni dopo per un incidente d’auto… Tutti i vivi e i morti, gli sguardi e le corse, gli amori e le ferite, si riuniscono infine in processione davanti allo sguardo oltre la camera di Charlie, mentre le dita chiamano il Thème de fin e i suoi occhi vanno al momento in cui ha lasciato sia Thérèse che Lena, in cui ha lasciato cadere la risposta alla preghiera “La seule chose que je demande à un homme, c'est de me dire ‘c'est fini’ quand c'est fini. J'ai jamais pu l'obtenir d'un seul. Quand tu ne m'aimeras plus, dis-le-moi”. Noi ti amiamo ancora Thérèse, noi ti amiamo ancora Lena.

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