Festival dei Popoli 59 – Le tracce della storia: Ghassan Halwadi e Neary Adeline Hay

C’è un’immagine, una foto scattata durante l’infinita guerra civile libanese. Due uomini rapiscono un altro uomo, lo trascinano con sé a forza. Probabilmente durante il corso del massacro di Sabra e Shatila (18 settembre 1982). O forse, dopo, nell’85 o nell’86. Il fotografo che l’ha scattata non ricorda bene. O forse non vuole ricordare. È questo il punto di partenza di Erased, _Ascent of the Invsible di Ghassan Halwadi, che perciò interviene su quella foto con un semplice trucco da photoshop, cancellando le figure e i volti dei protagonisti, lasciando però tracce della loro presenza e del loro passaggio. Un contorno non ripulito, una sgranatura dei pixel, una scarpa, un cappello, una scritta sulla maglietta che sembra diventare un graffito sul muro e che ha quasi il valore di una dichiarazione di principio, collegando il destino della guerra alla concreta produzione di immagini: “I gave my best shots”.

Chi ti ha dato questa foto?” chiede il fotografo a Ghassan Halwadi. “Me l’hai data tu, quando sono venuto al tuo studio, nel 1999”, risponde il regista. “Non capisco come io abbia potuto dartela”. E ancora “ho problemi a che qualcuno possa vedere questa foto. Quel periodo è finito e quest’immagine ha implicazioni nel presente… il caso è chiuso e io non posso affrontarlo da solo, ha bisogno di essere affrontato collettivamente”. L’immagine parla, riprende un fatto, ma non ne racconta, necessariamente, tutta la verità. Non è un’immagine mancante, come potrebbe essere altrove, c’è, esiste. Ma il problema è, da un lato, riportarla all’effettiva realtà di ciò che è accaduto, dall’altro, salvarla da una caduta di senso e da un oblio che sembra inevitabile, per tutta una serie di ragioni storiche, politiche, psicologiche. Quasi fisiologiche, forse, inerenti alla natura stessa della memoria e dell’immagine. Del resto, noi non vediamo mai a pieno, sembra dirci Halwadi. Ed ecco che il senso della sua ricerca non è tanto nel recupero affannoso di un rimosso, di ciò che è non più possibile verdere, quanto nel racconto stesso del processo di rimozione, questa risalita dell’invisibile che pare un destino inesorabile delle cose.  Ma l’erase, il cancellare, non si è ancora compiuto in un participio passato, a dispetto del titolo scelto da Halwadi. Forse, non si compirà mai a pieno. Nonostante i morti abbandonati nelle fosse comuni, sepolti sotto le discariche, condannati all’anonimato, nonostante il silenzio dei registri dello stato civile che non recano tracce di ciò che è stato, consegnando gli scomparsi a un’immortalità virtuale, burocratica, assurda. Le memorie e le immagini scoloriranno, ma si conserveranno comunque tracce, impronte di passaggi e sparizioni. Ed è questo che restituisce un senso alla ricerca di Halwadi, che si affanna a dissotterrare e a trattenere quei segni, tirandoli fuori, come una specie di Mimmo Rotella, dagli strati di tempo, di colla e carta, traducendoli in altre forme e altre immagini che ne permettano una sovrappiù di sopravvivenza, un disegno, un’animazione. È da un’urgenza politica e morale che nasce la possibilità del gesto “artistico”. Ma ancor più la possibilità di un filmare che sia davvero un tentativo di interrogare e scoprire il reale.

Sulla memoria, la Storia e sulla sua consistenza fragile, evanescente, ragiona anche un altro titolo del concorso internazionale, Angkar di Neary Adeline Hay. Un ritorno in Cambogia, terra ormai per eccellenza dell’immagine mancante e della rimozione, in compagnia del padre sfuggito anni prima al massacro dei khmer rossi. È un ritorno in luoghi in cui il tempo non avere effettiva sostanza, in cui ogni cosa pare essere adagiata in una continuità senza storia e senza memoria. Al punto che, oggi, vittime e carnefici vivono insieme. Come se nulla fosse stato. Kohnsaly Hay, ormai uomo “anziano”, si ritrova faccia a faccia con i persecutori, gli assassini, con coloro che hanno sterminato la sua famiglia, i tagliagole, i boia, i collaborazionisti. Sono passati gli anni, e nelle memorie ormai invecchiate il passato sembra quasi assumere i contorni irreali della fantasia, dell’invenzione, della leggenda. Eppure l’orrore è reale, lo è stato e lo è ancora, vive negli incubi, nei fantasmi, nei ricordi tormentati. Così come concreta è la paura dell’altro, la percezione del suo fondo terribile, mostruoso. Tutte le ferite sono ancora lì, aperte, oltre l’illusione della cicatrici, della ricostruzione superficiale dei tessuti. Si parla, si discute, nel tentativo di trovare un senso, una spiegazione e una composizione, un modo per andare avanti. Ma l’unico senso, l’unica cosa che fa di una storia una storia, è nella sua possibilità di essere raccontata. È questo, infine, la verità di Angkar: la dolente profondità di questo atto di trasmissione tra padre e figlia.

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