Festival dei Popoli 59 – Ver a una mujer, di M. Rovira e Roman National, di G. Beil

Qualche volta, nelle migliori delle circostanze, il cinema può connotarsi come enorme interrogazione su se stesso, sulla natura dello sguardo, sulla consistenza di un’immagine. Il cinema diventa, in tali casi, una forma di raccoglimento, inflessione interiore; può diventare la ricerca stessa della direzione dello sguardo attraverso il quale indagare un mondo opaco. Il Festival dei Popoli sembra volerci spingere ostinatamente verso questa direttiva, attraverso visioni eterogenee ma pur sempre consapevolmente impegnate nell’osservazione acuta del sé e del mondo, in una profonda relazione tra lo sguardo autoriale e l’immagine partorita da dentro.

È la selezione appartenente al Concorso Internazionale a lasciare emergere con forza il sentimento di una caduta tra i segni vivi del mondo, a partire da una forte consapevolezza del mezzo: la cineasta spagnola Mònica Rovira inventa, nel suo Ver a una mujer (To See a Woman), una trama granulosa di immagini sporche, attraverso la quale tentare la restituzione di un’intricata condizione interiore. La sua è la prima grande interrogazione umana possibile attraverso il cinema; la domanda che vive e pulsa tra le immagini fuori fuoco – provenienti dalla sua vita insieme alla ex compagna Sarai – , è l’investigazione stessa dello sguardo su di sé, della possibilità di vedere e vedersi chiaramente.

Rovira sperimenta, su questa scia, con tutte le possibilità del mezzo: attraverso esposizioni eccessive del suo poetico bianco/nero, repentinità dei movimenti di macchina, avvicinamenti improvvisi al corpo e volto della donna amata e investigata, costruisce infine l’elaborazione interiore di un lutto, perdita definitiva dell’Altro. Questo film diventa, in un crescendo, soggettiva libera indiretta di un amore impossibile a dirsi; così che ciascuna delle immagini collezionate come album di ricordi personali delle due donne, si connota proprio come regno di segni, simboli e fratture che il mondo – ma prima lo sguardo – ha subito a causa dell’amore.
«Volevo vedere tutto», afferma Rovira nel corso del film, nell’incessante dubbio sul suo rapporto con l’altra donna. Ma giunti alla soglia del reale, non resta che la traccia di un’assenza, il vuoto del sentimento riempito dalle immagini del cinema.

La domanda più insidiosa che investe il destino dell’immagine cinematografica viene ripresa per altre vie dal giovane regista francese Grégoire Beil, autore del mediometraggio Roman National (National Narrative): montaggio ricchissimo di dirette, immagini e testi scritti scambiati tra gli utenti del noto social network Périscope, che Beil serve allo spettatore in modo libero, sciorinando tra i pixel modi e scambi degli adolescenti di oggi.
Prima ancora dei contenuti condivisi tra i partecipanti alle chat odierne, Beil allestisce un primario e fondamentale gioco di formati, tra i quali l’immagine esibisce tutta la sua attuale malleabilità. Ciò che viene raccontato in questo duttile contenitore digitale, sono semplici romanzi di vita quotidiana, consumati senza troppe pretese tra dichiarazioni di virilità, richieste d’amore facile e chiacchiere alla buona. Niente che questa generazione non conoscesse già, verrebbe da dire; eppure, il film che ne risulta oltrepassa il mero livello di “vita sullo schermo”, ponendoci di fronte a un ennesimo quesito sulla trasparenza totale del vedere, allorché l’immagine diventa insostenibile allo sguardo.

Se esista ancora un fuori campo della vita, se sopravviva o no un pudore dello sguardo, Beil lo lascia trapelare in questo montaggio senza retorica, dove all’esposizione del sé – anonimo tra gli anonimi – segue l’esposizione di un massacro senza soluzione di continuità; e dove sussiste in sottofondo un ulteriore dilemma che colpisce la questione del diritto delle immagini di essere consegnate, consapevolmente o meno, alle società private che ne fanno uso.
In questo denso calderone di schermi, abbiamo però ancora la possibilità di porci da un punto di vista critico dove quell’inconsistenza di contenuti ritrova una ragione d’essere, in un ennesimo contenitore che il mondo non lo esibisce, ma lo osserva davvero per restituirne un senso.

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