Festival dei Popoli 63 – Incontro con Jean-Pierre e Luc Dardenne

Protagonisti di una retrospettiva, al festival fiorentino, i registi di Tori e Lokita hanno raccontato in una masterclass la ricerca del realismo dai primi documentari sugli operai ai film recenti

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Jean-Pierre e Luc Dardenne, i registi di titoli come Rosetta e L’enfant. Una storia d’amore, sono stati i protagonisti della retrospettiva del Festival dei Popoli 2022, e hanno tenuto una masterclass in occasione dell’anteprima nazionale del loro ultimo film, Tori e Lokita.

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Siamo afflitti oggi da un cinema glaciale, disumano” ha iniziato così l’incontro il direttore del Festival Alessandro Stellino, “riguardando i loro film ho riscoperto un desiderio di umanità, di stare vicino agli uomini e alle donne“.

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I fratelli Dardenne hanno preso la parola raccontando delle loro origini da cineasti, dei loro primi documentari sugli operai, come per dare la consapevolezza che la classe operaia stava morendo e che andava conservata.

La storia dei nostri primi documentari ha origine da due fatti: il primo, che lavoravamo con Armand Gatti. Eravamo i suoi assistenti sulla storia di movimenti in alcune regioni della Francia. Dall’altra parte c’era la regione dove siamo nati, terra di grandi movimenti operai perché piena di fabbriche. Molti italiani che sono venuti e si sono stabiliti oggi fanno parte del 25% della popolazione totale. i nostri parenti erano operai, vedevamo gli scioperi dalle nostre finestre. Ci fu poi un grande sciopero di operai nel 1960, non c’erano testimonianze su questo fatto e abbiamo deciso di documentarlo. Suonavamo nelle case e ci facevamo raccontare dalle persone un momento che per loro rappresentava un’ingiustizia. Ci siamo sempre interessati agli individui e agli oggetti che avevano con loro per raccontare la storia“.

La loro carriera parte quindi da queste esperienze e i due fratelli, che erano autodidatti, quando hanno cominciato a fare cinema con una vera troupe si sono intimiditi. Hanno specificato che a loro è sempre interessato più la questione morale che politica dei film, cosa spesso contestata da colleghi, e portano come esempio Rosetta. “Ad un certo punto Rosetta incontra Riquet, il ragazzo che l’ha voluta eliminare fisicamente. Alla fine comprende che quello che era un nemico poteva essere suo amico. Come se l’individuo fosse in grado, malgrado il sistema, le difficoltà, di cambiare, di trovare una relazione amicale. Per noi un essere umano riconosce un altro essere umano per quello che è. Poniamo delle questioni sociali come rispettare o non rispettare la vita, in una società dove oggi si dà l’autorizzazione ad ignorare l’altro“.

Si arriva poi a parlare del lato più tecnico dei loro film, dei motivi per cui hanno un modo così particolare di riprendere i loro personaggi:

Vogliamo mettere la camera nel posto sbagliato, è come se dicessimo che il corpo non è per noi, è per qualcosa che resiste dovunque noi siamo. Vogliamo far resistere una persona nel nostro quadro filmandolo. Un critico inglese diceva che guardando i nostri film aveva sempre l’impressione di essere in ritardo. Nei nostri film siamo già in movimento, come se l’azione fosse più ampia di quello che riusciamo a filmare”.

Sul rapporto con gli attori i due fratelli affermano di parlarci poco e di metterli volontariamente spesso in crisi. Tra gli aneddoti raccontano di Émilie Dequenne che in un giorno in cui pioveva sul set si stava mettendo gli stivali e le hanno detto “tu faresti così, ma il tuo personaggio Rosetta no”.

I fratelli Dardenne si soffermano molto sull’aspetto della solitudine che caratterizza i loro personaggi e di come la solitudine porta a legarsi a un oggetto, come il personaggio di Cècile de France ne Il ragazzo con la bicicletta.

I nostri personaggi non sono mai delle vittime. Troviamo orribile in un film quando ci sono delle circostanze attenuanti. Sarebbe come trasformare un film in un tribunale, un processo.”

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