Festival del Cinema Europeo 21. Douze Mille e gli altri film vincitori

I film in concorso a Lecce hanno raccontato la complessità dei sentimenti umani, il dolore, il dialogo, tentativi di comprensione, reciproca, del sé, del trascendente. La nostra panoramica

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Si è conclusa la 21° edizione del Festival Del Cinema Europeo di Lecce, che dal ’97 si occupa di promuovere il cinema e l’arte attraverso scambi culturali e incontri con cineasti come Olivier Assayas e Dario Argento.

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Quest’anno, la selezione dei film in concorso è incentrata sullo stesso tema: la complessità dei sentimenti umani, il dolore, il dialogo, tentativi di comprensione, reciproca, del sé, del trascendente. Il cinema dunque diventa un mezzo per raccontare, attraverso linguaggi diversi, il riflesso della realtà che ci circonda, sia interiore, individuale che esteriore. I dodici film che concorrono per l’Ulivo D’Oro sono tutti in qualche modo connessi tra loro: rappresentano la necessità di raccontare storie private, attuali, dove l’individuo è lo specchio e il risultato della società contemporanea. Dove le emozioni umane diventano sempre più complesse e per “l’altro” assumono significati diversi. Come in Scandinavian Silence, di Martti Helde (vincitore per miglior fotografia), dove due fratelli appena ricongiunti s’alternano nel dialogo, nel tentativo di spiegare la propria versione dei fatti della stessa storia. Le lunghe sequenze in bianco e nero di una natura incontaminata e glaciale si contrappongono ai primi piani dei personaggi – che raccontano di un’esperienza passata, frantumata dai ricordi – per rappresentare questo profondo desiderio di sentirsi compresi.

Tench di Patrice Toye esplora i lati più oscuri dell’essere umano, gli istinti e le pulsioni che non possono essere controllate. Siamo nei panni del carnefice, che si ritrova a stabilire un rapporto d’affetto, sebbene troppo pericoloso, con una possibile vittima. Il mostro e l’innocente possono legarsi, ma a quale prezzo? Tench racconta di come il disturbo mentale e la repressione di un desiderio sbagliato possano logorare la mente tanto a fondo. Pure il carnefice, allora, potrebbe essere vittima dei suoi stessi demoni, di un sistema che si ripete all’infinito. Vittima anche di una società che tende a sopprimere e ad occultare il problema, anziché preoccuparsi di come risolverlo.

I protagonisti di questi film sono personaggi complessi, tormentati, si “spogliano” di fronte allo spettatore, ma allo stesso tempo non riescono quasi mai ad aprirsi l’un l’altro. La realtà da cui sono circondati è distorta, frutto di dinamiche sociali e comportamentali, che finiscono per contaminare il pensiero dei personaggi stessi, senza che se ne rendano conto.

Disco, di Jorunn Myklebust Syversen

Disco di Jorunn Myklebust Syversen (premio per miglior sceneggiatura), racconta di questo attraverso il contrasto tra illusione, consapevolezza e repressione. Mirjiam è vittima del suo stesso contesto sociale, di quel demone travestito da agnello, che genera attorno a lei una distorsione cognitiva di massa. Fa parte di una comunità evangelica estremista, ossessionata dall’innovazione tecnologica, dalla moda e dalle performance di musica dance. Mirjiam è la ballerina più brava dell’intera congrega, una vincente, almeno fin quando durante le competizioni comincia a sbagliare. I problemi celati del presente e del passato vengono a galla; suo patrigno, il pastore della comunità, è convinto che Mirjam non abbia fede abbastanza.

– Credi in Dio? Le domandano, – Devo, lei risponde. Il senso del film gira attorno a questa risposta schietta, rivelatrice dell’abuso al quale la protagonista è costantemente sottoposta – vittima del terrore psicologico che s’insinua dentro le mura di casa sua. Quando la paura è una costante, allora la realtà diventa troppo difficile da affrontare: Mirjiam per sopravvivere si arrende lentamente alle imposizioni e quindi “deve” credere. E’ costretta dall’unica realtà che conosce, dalle persone da cui è circondata, ossessionate e limitate dalle proprie convinzioni.

Il vincitore dell’Ulivo D’Oro come miglior film è Douze Mille di Nadège Trebal, che già era stato in concorso al Locarno Film Festival. Il regista racconta dinamiche umane e sociali quanto più attuali – di lavoro, di amore e di sfruttamento – con una storia in bilico tra sogno, fantasia e realtà cruda. Mette in scena una coppia di personaggi ribelli, che si guadagnano da vivere anche nell’illegale, che non si lasciano condizionare dalla razionalità, dall’abitudine agli schemi sociali convenzionali. Frank viene licenziato e parte per trovarsi un altro lavoro, perché crede che Mariussa potrebbe non amarlo più come prima. Ma il loro scopo di vita non è determinato dal lavoro, lo trovano altrove, ad esempio nel tempo che trascorrono insieme. La relazione tra Frank e Mariussa è un amore carnale, dominato dall’istinto, ma anche dall’affetto. Vivono in una dimensione tutta loro, che fa sembrare le difficoltà e le ingiustizie quotidiane un po’ più sopportabili.

Winona, di Alexandros Voulgaris

Il dolore, quando viene condiviso, diventa più leggero, tanto da essere quasi impercettibile. In Winona (Alexandros Voulgaris) il dolore appare come un’eco lontano che viene dal passato, percepito nel presente e proiettato nel futuro, attraverso i dialoghi di quattro amiche, che trascorrono insieme una giornata al mare, su una spiaggia deserta e incontaminata. Cantano, ballano, raccontano storie e s’interrogano sulla casa in cima alla collina. Trasportano lo spettatore nel loro bellissimo mondo di fantasia – senza che si renda conto del significato nascosto e malinconico di quell’incontro. L’immagine calda e vintage della pellicola in 16mm rafforza questo sentimento nostalgico, che viene sviscerato lentamente da un momento collettivo, apparentemente spensierato.

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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