Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux. Intervista a Stefano Miraglia

Abbiamo fatto una chiacchierata con Stefano Miraglia per farci raccontare la 23esima edizione, la storia e le peculiarità della rassegna parigina chiusasi lo scorso 17 ottobre

In occasione della 23esima edizione del Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux che si è chiusa lo scorso 17 ottobre a Parigi, Sentieri Selvaggi ha intervistato uno dei selezionatori del Festival, Stefano Miraglia. I vincitori di questa edizione sono Opus di Pauline Pastry, A lock of clarity di Stefan Krue Jørgensen, Tugging Diary di Yan Wai Yin, Capsules/ Portraits di Jules Bourbon e Festina Lente di Baya Medhaffar.

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Il Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux fa riferimento a due termini, a due tipi di cinema: uno “differente” e uno “sperimentale”. Se su sperimentali siamo più o meno tutti d’accordo, che cosa significa in realtà “differente”? Anche e soprattutto rispetto alla selezione di quest’anno in cui sono ovviamente presenti prodotti molto diversi per durate e approcci

Allora, il Festival è alla 23esima edizione ed è nato sulla scia di un festival degli anni ’70, il Festival di Hyères, nel sud della Francia ed è un’emanazione del Collectif Jeune Cinéma, il quale era una presenza fissa al Festival di Hyères. Lì già dagli anni ’70 c’era una sezione di cinema sperimentale molto importante in Europa. Quando 23 anni fa il Collectif Jeune Cinéma ha voluto fondare un festival il primo riferimento era inevitabilmente al Festival di Hyères. Già all’epoca c’erano problemi e dibattiti su come definire queste cinematografie diverse ed eterogenee, le quali comprendono grosso modo tutte le correnti del cinema sperimentale, ma anche del cinema militante e di varie cinematografie marginalizzate. Infine da qualche anno siamo in comunicazione con associazioni che si occupano di cinema Queer e, ad esempio, il Collectif Jeune Cinéma ospita al suo interno l’attività di un altro collettivo, LGBTIQ, che si è formato qualche anno fa, denominato What’s Your Flavor. Quindi differente rispetto al mainstream e poi non tanto per poter accorpare delle cinematografie, quanto per poter dimostrare che ci sono tante alternative e che le si possono mostrare anche al di là di ciò che è il sistema del cinema sperimentale. Il cinema sperimentale è molto codificato, con delle correnti che nascono e poi si sviluppano: noi andiamo al di là di quello.

Ci sono degli italiani nella selezione, Luca Sorgato, Ignazio Fabio Mazzola e Mauro Santini. Che tipo di cinema italiano rappresentano rispetto agli altri paesi? E secondo te quali sono i paesi più produttivi rispetto a questo tipo di cinema?

Noi abbiamo ricevuto quest’anno circa 1500/1600 candidature, in una call che come tutti gli anni è gratuita. Noi infatti vogliamo vedere film anche da cinematografie marginali o marginalizzate e il non avere una tassa di iscrizione è fondamentale. Quindi riceviamo proposte da tantissimi paesi, anche paesi che non hanno una storia cinematografica legata alle pratiche sperimentali. Riguardo alla selezione italiana, i cineasti italiani hanno come punto di riferimento il FCDEP. Tendenzialmente noi cerchiamo di tenere in conto cineasti che sono già passati per il nostro festival, oppure autori che sono veramente radicali, come ad esempio Ignazio Fabio Mazzola, che fa film veramente radicali, con delle durate inferiori ad un minuto. Essendo quello di quest’anno un film veramente breve causa non poche problematiche nella programmazione: quando lo programmiamo insieme ad altri cortometraggi infatti, il suo film è un’apparizione di qualche secondo. Questa è una problematica molto fertile secondo me. Siccome il festival è un’emanazione del Collectif, ai registi dei film che selezioniamo al festival, viene poi tendenzialmente proposto di ottenere la distribuzione da parte del Collectif. Quest’anno è anche il 50esimo anniversario del Collectif e ci fa piacere avere un nome storico per noi, come Mauro Santini, il quale nel corso degli anni si è reinventato in maniera molto organica, molto coerente. A noi interessava molto poter avere questo sguardo “storico” in onore dei 50 anni. Sempre a testimoniare il nostro interesse per la storia in questa edizione siamo andati a ripescare un film sperimentale in lingua occitana che era già presente nel catalogo del CJC negli anni settanta.

Dato che la discussione della giuria viene svolta pubblicamente e che il vostro festival, svolgendosi ad ottobre, può ritenersi fortunato per quanto riguarda la situazione Covid, volevo capire quale fosse l’importanza del pubblico all’interno del FCDEP

Il pubblico è importante soprattutto quando si può assicurare un momento di ascolto e di dialogo. Per questo la programmazione del festival e tutto ciò che anticipa o segue la proiezione possono aiutare. La scelta di rendere la discussione della giura pubblica è una cosa particolare, infatti il Collectif cerca di oscillare fra eventi formali, con uno sguardo “storico”, ed altri estremamente informali e aperti a tutti. Ricordo il primo dibattito in cui la giuria difendeva certi film e ne criticava altri davanti ai cineasti presenti che sentivano i commenti sui propri film. C’era poi il pubblico che poteva prendere la parola. Volevo infine chiarire questo approccio che ho definito “storico”, il quale è dovuto al fatto che siamo un’associazione ma funzioniamo come una cooperativa. Tutte le nostre riunioni annuali vengono registrate, ci sono dei rapporti che vengono scritti. Però a partecipare a queste riunioni sono cineasti, quindi noi abbiamo una traccia storica che ci permette di inquadrare facilmente gli eventi nel corso degli anni. Un’ultima cosa riguardo al pubblico. Noi siamo in otto a selezionare i film ma cerchiamo sempre di inserire in ogni programma film di vari stili, di vari generi, di vari riferimenti estetici. Quindi non creiamo i programmi in maniera classica mettendo insieme i film per temi o ricorrenze tematiche, cerchiamo invece di unire insieme i diversi pubblici possibili del cinema sperimentale.

Quest’ultimo aspetto si ricollega perfettamente alla prossima domanda. Che cosa significa essere un selezionatore, come ci si approccia a questo lavoro? Spiegaci un po’ meglio come funziona il processo di selezione del Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux?

Selezionare è un lavoro collettivo ed è una sfida al comprendere cosa significhi lavorare collettivamente. La selezione di questo festival in particolare è molto complessa perché ci troviamo davanti tanti film e abbiamo come missione quella di essere aperti a tanti approcci e pratiche diverse e questo ovviamente complica le cose. Noi ci complichiamo ancor di più la vita, ma ne siamo molto contenti. Avendo tanti cineasti in distribuzione, i quali per noi sono possibili collaboratori (o li conosciamo personalmente o li seguiamo da vicino per anni) e crescono di anno in anno e diventano per noi una sorta di “famiglia”. Nel momento della selezione ci troviamo davanti le loro opere al fianco di opere di cineasti che non conosciamo affatto. Cerchiamo quindi di trovare sempre una sorta di equilibrio e di portare grande rispetto nei confronti di questi due gruppi. Ogni film che riceviamo deve essere visto da almeno due membri del comitato di selezione, ci sono lunghe sessioni in cui discutiamo. Il nostro gruppo è molto eterogeneo, l’età e i background professionali variano molto, questo è sicuramente un punto di forza. Conoscendo bene gli interessi e le specializzazioni di ognuno dei membri del comitato riusciamo a comprendere meglio i singoli prodotti.

Nella selezione c’è un corto molto particolare, The Sky Over Hévíz di Davorin Marc, il quale fa del cellulare un vero e proprio protagonista dell’opera, lasciando allo spettatore la possibilità di poter accedere al film anche dallo schermo del cellulare tramite un QR Code. Questi tipi di approcci si stanno allineando al cinema tradizionale oppure stanno cercando di scardinare i vecchi sistemi?

Dunque, se il cinema tradizionale fosse una persona, dubito che a questa persona interesserebbero queste cose. Ogni tanto vengono fuori invenzioni e scoperte provenienti da un sistema culturale più piccolo e che con approccio colonialista vengono prese e utilizzate nel cinema mainstream. Questo film di Davorin Marc è una performance collettiva, che va fatta in sala. La preview vista da soli su Vimeo è ancora più concettuale, mentre in sala è meno concettuale e diventa ancor più d’impatto. I suoni vengono moltiplicati dagli smartphone, più sono le persone più sono i suoni. Tendenzialmente se ci arriva un film interessante, ma che soprattutto è una performance, lo prendiamo in competizione. Non solo per avere uno spettro più ampio su quella che è la creazione contemporanea audio-visiva, ma proprio perché per noi la sala (e tutto quello che c’è prima, dopo e attorno ad essa) è uno spazio di dialogo e di incontro. L’anno scorso c’era una performance audio-visiva con musica live Melting Rust di Anne-Sarah Le Meur et Jean-Jacques Birgé. Quest’anno infine Bruno Delgado Ramo viene a proiettare il suo film (Spinoza/Ongodist n.d.R) con il suo proiettore Super 8 e questo fa parte integrante della sua pratica e della sua proposta.

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