Non è mai facile parlare di Fabrizio De Andrè. Troppo vicino a tutti e contemporaneamente irraggiungibile, il cantautore si trova proprio in quello spazio dove, da una parte, l’arte tocca senza alcuno sforzo il cuore e la mente, dall’altra la capacità di interpretazione e rappresentazione delle realtà più urgenti e scomode è talmente immanente da restare un caso unico e inclassificabile
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Non è mai facile parlare di Fabrizio De Andrè. Neanche quando sono le immagini in movimento a restituircelo, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa. Effedia porta il nome della fondazione onlus dedicata all’artista, ed è stato prodotto da sua moglie Dori Ghezzi. La giornalista Teresa Marchesi ci racconta De Andrè attraverso canzoni inedite, interviste, spezzoni di repertorio e voci altre – da Georges Brassens a Vasco Rossi, da Zucchero Fornaciari a Franco Battiato – attraverso una scelta registica che è quella dell’assoluta linearità. Split screen tra il De Andrè che canta sul palco e quello che, con l’immancabile sigaretta, parla di sé ad un microfono; parole e musica che scorrono su uno sfondo di versi scritti a mano, filmati che lo ritraggono ad un tavolo di campagna, chitarra in mano e amici intorno, o a piedi per la strada, in mezzo alla gente o in solitudine meditativa. Di fronte ad una personalità così meravigliosamente inenarrabile, probabilmente la semplicità è la prima strada da percorrere. Fabrizio De Andrè è troppo vicino a tutti e contemporaneamente irraggiungibile, si trova proprio in quello spazio dove, da una parte, l’arte tocca senza alcuno sforzo il cuore e la mente del pubblico, dall’altra la capacità del cantautore di interpretazione e rappresentazione delle realtà più urgenti e scomode è talmente immanente da restare un caso unico e inclassificabile. Almeno cinque applausi a scena aperta durante la proiezione in sala Petrassi, più uno che, una volta riaccese le luci, sembrava non spegnersi più.
Sentieriselvaggi21st n.19: cartacea o digitale