FESTIVAL DI ROMA 2009 – "Dawson Isla 10", di Miguel Littin (in concorso)

L’Isola di Dawson non è soltanto la culla di un suggestivo paesaggio poco a sud dello Stretto di Magellano. Nel 1973, pochi giorni dopo il colpo di stato del generale Pinochet in Cile, l’isola si trasformò in un inferno per i ministri e gli alti funzionari del deposto presidente Salvador Allende, i quali vi furono deportati per scontare una durissima prigionia durante la quale dovettero lottare contro le violenze e le torture subite e, ancor più, contro il tentativo dei militari di cancellare la loro identità e la loro dignità umana. Non si ha più un nome a Dawson, se non quello della propria baracca, Isla, seguito da un numero. Sergio Bitar, il prigioniero “Isla 10” interpretato da Benjamin Vicuna, raccontò durante l’esilio statunitense questo buio periodo della sua vita in un romanzo autobiografico a cui si è ispirato il regista Miguel Littin (Terra del fuoco, La ultima luna, Actas de Marusia: storia di un massacro), anche lui esiliato in Messico nel 1973 e, pertanto, particolarmente sensibile nei confronti di quest’opera.
L’intento di Littin sembra essere quello di iscrivere un documentario all’interno della finzione, di raccontare questo delicato momento della storia cilena con estrema fedeltà, ma senza trascurare, e anzi mettendo al centro dell’attenzione, il vissuto personale di ciascun detenuto dell’isola, adottando un punto di vista estremo nell’isolamento, quasi totale, dal mondo circostante (uniche eccezioni sono la sporadica corrispondenza con i familiari e una radio tenuta clandestinamente all’interno della baracca). Le immagini d’archivio in bianco e nero si inseriscono fugacemente tra le maglie della narrazione per raccontare dei momenti fondamentali, dal tragico bombardamento al Palacio de La Moneda dell’11 Settembre 1973, alla resistenza del presidente che si rifiutò di abbandonare la sua residenza, fino al suo ultimo, straziante discorso trasmesso alla radio poco prima della morte. Littin vuole comunque rivendicare la propria autorialità ed esplicitare il suo punto di vista sulla vicenda, non limitandosi soltanto a mostrare le immagini d’archivio ma intervenendo in qualche modo su di esse, filmando – ad esempio – in bianco e nero il momento della morte del presidente Allende e prendendo così ferma posizione contro l’ipotesi, più volte contestata, del suicidio. Una soluzione, questa, che concettualmente non si discosta molto da quella operata da Oliver Stone nel suo JFK.
Seppur in alcuni tratti la narrazione risulta essere eccessivamente prolissa e la dinamicità stilistica mostrata nelle prime scene – con la macchina da presa che, sfuggente, salta dirompentemente da un volto all’altro dei prigionieri e si muove tra gli spazi innevati dell’isola – va pian piano calando nel finale, il film riesce comunque a mantenere un equilibrio interno che tiene viva l’attenzione dello spettatore fino alla fine e lo coinvolge nel racconto delle tragiche conseguenze di un lontano 11 Settembre che, se non cambiò la storia dell’umanità, cambiò – senza alcun dubbio – la storia di una nazione.