FESTIVAL DI ROMA 2009 -"Qingnian" (Youth), di Geng Jun (Concorso)

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Unico film cinese in concorso, quello di Gen Jun è un prodotto grezzo, scarno come le storie che racconta e la cui forte caratterizzazione geografica e culturale rischia di risultare autolimitante, confinando se stesso e i protagonisti nella cornice del proprio background sociale.
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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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La Cina ritratta da Geng Jun è quella delle province desolate, della voglia di riscatto impossibile da soddisfare, di una modesta quotidianità tipica di certo cinema orientale, che ama perdersi nella narrazione di esistenze destinate all'anonimato.
A collegare i tre episodi narrati è la voglia di farsi strada, a volte tramite l'amore, spesso   ricercando un potere che solo il denaro può conquistare: a poco serviranno però i sacrifici dei protagonisti, destinati a rivelarsi in ogni caso fallimentari, se non tragicomici.
Un black humour voluto ma che rischia a più riprese di sfociare nel ridicolo, penalizzando il tentativo dell'autore di dar vita ad una storia corale incentrata sui desideri e le insofferenze tipici della gioventù. Allo stesso modo, la forte caratterizzazione geografica e culturale del film rischia di risultare autolimitante, confinando i protagonisti nella cornice del proprio background sociale. Modesti persino nelle proprie ambizioni, cercano in ogni modo di dare un senso all'esistenza che sembrano costretti a subire, più che a vivere, su di uno sfondo disseminato delle tracce di una Cina che si vuole a tutti i costi vincente (l'adesivo delle olimpiadi, i poster dei divi cinema, l'icona di Mao in apertura) quasi a ribadirne la frustrazione. Prendendo spunto dalle vite di persone realmente conosciute nella provincia dove è nato, il regista intreccia così le storie di un giovane tassista che si suicida per amore, due amici decisi a guadagnarsi una reputazione dissipando le loro già magre finanze, e un ex minatore che perde la ragazza in seguito ad un incidente sul lavoro.
Ai contenuti fa eco uno stile talmente essenziale da diventare grezzo, con una fotografia che sfrutta fino all'estremo l'illuminazione naturale degli ambienti, incurante di sovraesposizioni o brutture, stacchi repentini che passano dalla macchina fissa a quella a mano, e che dà vita ad un prodotto scarno proprio come le storie che si propone di raccontare.
 
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