FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Gangor", di Italo Spinelli

Gangor Italo SpinelliUn’immagine, e soprattutto un’immagine fotografica, non si può ridurre al suo significato. C’è forma, c’è materia, c’è una corporeità imprescindibile e invadente che in qualsiasi momento può prendere il sopravvento su tutto il resto. È quell’eccesso di senso, quell’elemento incontrollabile che Roland Barthes definisce senso ottuso e che scardina ogni teoria dell’immagine fondata su un logorante logocentrismo. È la figura non riducibile a discorso che può turbare e perturbare colui che guarda. E il film di Spinelli ruota proprio intorno alla forza devastante di un’immagine.

Il protagonista Upin è un fotoreporter che parte da Calcutta diretto a Purulia, una cittadina del Bengala occidentale in cui la convivenza tra “civiltà” e cultura tribale pone dei seri problemi di stabilità sociale. L’intento del fotografo è quello di realizzare un servizio sullo sfruttamento e la violenza subita dalle donne tribali. Gangor è una di loro, e la prima volta che Upin la incontra e decide di immortalarla sta semplicemente allattando il suo bambino. Col suo scatto, il fotografo vuole semplicemente fissare una propria idea di maternità – o di femminilità -, senza rendersi conto di un elemento che può notevolmente travalicare le sue intenzioni: il gesto del neonato che affonda la propria manina nel seno nudo della madre lascia emergere la sensualità di un corpo che diventa immediatamente di dominio pubblico, non appena la foto viene pubblicata sui giornali. L’immagine che doveva servire a denunciare la violenza  si trasforma nello strumento in grado di giustificarla, perché svela ciò che doveva restare velato e fa sentire autorizzati gli uomini a considerare Gangor nulla più che una prostituta di cui poter abusare a proprio piacimento.

Spinelli realizza un’opera capace di contenere una moltitudine di riflessioni stimolanti che autorizzerebbe ad un'analisi di più ampio spettro sulla rappresentazione e la considerazione del corpo femminile in relazione al ruolo sociale della donna, un problema questo più volte segnalato anche dentro i confini di casa nostra soprattutto in ambito televisivo (si veda il dibattito sollevato di recente intorno alla gaffe di Bruno Vespa sul decolleté della scrittrice Silvia Avallone). Eppure, nonostante ciò, Gangor paga forse l’assenza di scelte registiche davvero coraggiose e costringe a ricercare gli elementi più interessanti in alcune battute dei personaggi. Ed è un peccato, perchè l'obiettivo principale del regista sembra proprio quello di voler suggerire allo spettatore la mappa di un percorso educativo che partendo dall’immagine di una cultura possa dar vita ad una vera cultura dell’immagine. Il protagonista del film non fa che fissare un momento, estrapolandolo da un flusso continuo ed innocuo, senza rendersi conto della sua forza e della sua potenziale pericolosità. Quando prenderà coscienza di ciò, sarà troppo tardi e il corpo di Gangor sarà già stato profondamente e irreversibilmente segnato da un'incontrollabile violenza.

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