FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Les Petits Mouchoirs", di Guillaume Canet

Marion Cotiard in Les Petits MouchirsI just need some place where I can lay my head” cantava Robbie Roberson nella mitica The Weight. Canzone simbolo di un epoca ed unico punto di contatto palese (perso nella miriade di riferimenti nascosti) che accomuna, in un evidente rapporto di filiazione, questo Les petits mouchoirs a quello che è diventato negli anni una sorta di manifesto generazione americano: Il Grande Freddo di Lawrence Kasdan. L’intento dichiarato di Guillame Canet è quindi quello di rifarsi a tematiche ed umori tipici di una precisa stagione cinematografica – quella della New Hollywood anni ‘70/’80: citato apertamente anche il grandissimo Lo spaventapasseri di Schatzberg – innestandoli nella realtà francese/europea odierna. Quindi parlando apertamente di se stesso, del suo e del nostro presente: sfogliando tutti quei “piccoli fazzoletti” che ci isolano dalle vere emozioni. L’intertestualità diventa quindi una chiave irrinunciabile per avvicinarsi a questo film, in una operazione così nouvellevaghianamente concepita. Ed infatti, la vicenda del gruppo di amici in crisi esistenziale che si rifugia nell’ennesima vacanza al mare per sfuggire anche all’ultimo dolore, un gravissimo incidente occorso ad uno di loro, viene messa in scena in un sapiente e calcolato gioco cinematografico che alterna generi (dal melodramma al grottesco, dal burlesque puro al film generazionale) e registri recitativi (dall’esibito e straziante senso di colpa della sempre intensissima Marion Cotiard, all’esilarante citazione di Shining dello scatenato François Cluzet). Quindi se da un lato non si può non ammirare un cinema, quello francese, che riesce ancora oggi ad essere fertile laboratorio di contaminazioni cinematografiche, dall’altro vanno anche riconosciuti tutti i limiti di una simile operazione. Il film di Canet mira a coinvolgere a tutti i livelli lo spettatore, sballottolandolo per ben 154 minuti tra gli intricati destini sentimentali dei suoi tanti protagonisti. E per buona parte del film ci riesce. Ma, alla lunga, i meccanismi di causa/effetto che il regista e sceneggiatore ci impone risultano troppo scopertamente meccanici e inaridiscono  irrimediabilmente l’impatto emotivo. Perché se “lo statuto del cinema americano è quello della nostalgia” come sosteneva il grande e compianto Franco La Polla, un sentimento inscritto già nelle immagini (si vedano i volti di Al Pacino e Gene Hackman nella scena citata de Lo Spaventapasseri), qui invece Canet sente il bisogno di rifugiarsi in un “simbolico” spinto che negli ultimi venti minuti del film fa calare vertiginosamente la tensione drammatica fin lì costruita. Si arriva insomma ad “urlare” quello che andrebbe semplicemente sussurrato.