FESTIVAL DI ROMA 2010 – "L'Homme qui voulait vivre sa vie" di Eric Lartigau (Fuori Concorso)

L'Homme qui voulait vivre sa vie
Il film di Lartigau, basato sul romanzo di Douglas Kennedy, devia completamente dai binari inizialmente ipotizzati del dramma familiare, per intraprendere il cammino del noir ambiguo attorno al delitto perfetto. Paul uccide, ma non un uomo soltanto. Paul decide di uccidere se stesso, insieme alla propria vittima, cancellando per sempre le tracce della propria identità non vivibile, non vissuta.

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L'Homme qui voulait vivre sa viePaul Exben (Romain Duris)  vive un'esistenza tranquilla, con due bei figli ed una bella casa. Paul è un'avvocato dall'apparenza felice fino al comparire della moglie Sara (Marina Foïs, compagna del regista nella vita). Il primo incontro dei due sulla scena è sintesi agghiacciante dei problemi coniugali, dell'insicurezza di lui quanto dell'insoddisfazione di lei. D'ora in avanti, la prospettiva della fine del rapporto non fa che concretizzarsi nei loro gesti e nelle parole, avvalorata dalla scoperta di un tradimento da parte della donna.

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L'Homme qui voulait vivre sa vie, basato sul romanzo di Douglas Kennedy, da questo momento in avanti devia completamente dai binari inizialmente ipotizzati del dramma familiare, per intraprendere il cammino del noir ambiguo attorno al delitto perfetto.

Paul uccide, ma non un uomo soltanto. Paul decide di uccidere se stesso, insieme a quell'uomo, cancellando per sempre le tracce della propria identità per sostituirla con quella della vittima, un fotografo sulla via del successo. Dietro questa scelta drastica e definitiva si cela il senso ultimo della pellicola: un uomo che "vorrebbe" vivere la propria vita, ma non assumendo i rischi che questo comporta, è costretto a vivere la vita di un altro, cambiando nazione, abbandonando la propria realtà precostituità ed infiocchettata per lanciarsi nell'avventura caotica e solitaria della vita altrui, sulla quale non può incombere, per forza di cose, il peso delle responsabilità, ma neanche il gusto della soddisfazione profonda, completa.

I presupposti per costruire un noir psicologico di notevole credibilità sono tutti presenti, ed è la parziale delusione delle aspettative che amareggia maggiormente. La pellicola presenta infatti delle falle di sceneggiatura estremamente lampanti, dei vuoti narrativi davvero imperdonabili quando ci si incammina nell'ardito sentiero del "delitto perfetto". Torna alla mente il gelido Crime d'amour con cui ci ha ammaliato Alain Corneau qui al Festival, registicamente impeccabile nella sua imperfezione criminale. Qui, al contrario, si aprono troppe parentesi senza il dovuto impegno a richiuderle con cura, e il risultato finale risulta sovraccarico, coronato da un finale semplicistico che spegne un dramma interiore che avrebbe necessitato, forse, di meno intrecci e più introspezione. Peccato.

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