FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Ritratto di mio padre", di Maria Sole Tognazzi – (Omaggi)

Ugo Tognazzi

C’è una inquadratura in questo documentario che non si dimentica. Un’immagine in Super 8 girata forse per caso, chissà quanti anni fa, in una delle tante feste che Ugo Tognazzi amava organizzare per stare insieme con amici e parenti. Perché “io odio la solitudine” diceva. C’è una sfilata di moda, tanta gente che affolla la villa, risate e divertimento. Ma poi su un balcone in fondo, al di sopra di tutti – isolato e vestito di bianco come un capitano di un antico veliero – si intravede la sagoma di Ugo Tognazzi che osserva tutto dall’alto. Che osserva la sua creatura: la “festa”, lo spettacolo, attraverso cui sconfiggere la solitudine.

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Maria Sole Tognazzi, a vent’anni esatti dalla scomparsa di suo padre, vuole proporre un documentario che sia dichiaratamente un ritratto del grande Ugo. Alternando materiale di repertorio (dagli esordi in teatro e in tv con Raimondo Vianello, al grandissimo successo popolare dei primi film); interviste ai compagni di viaggio che lo hanno affiancato nella sua lunga carriera (da Monicelli a Scola, da Michel Piccoli a Paolo Villaggio) e ai suoi figli che per forza di cose lo hanno vissuto a distanza; inedite immagini in Super 8, girate molto spesso da Tognazzi stesso e che lo vedono in diverse fasi della sua vita, con le sue “tante” famiglie, nel suo mondo privato. Insomma l’intento è quello di svelare l’anima di un uomo, di un padre e di un attore attraverso il cinema. Ed è qui che il film convince di meno, nell’aspetto più puramente cinematografico: ossia in un approccio registico che rimane fin troppo ancorato ad una descrizione agiografica e scandita cronologicamente per tappe. Una concezione molto classica del documentario, molto “parlata”, che si affida totalmente ai materiali a disposizione e paradossalmente poco alle potenzialità combinatorie che sono insite in essi. Che si affida troppo alla memoria come “ricordo” evocato e poco alla forza dell’immagine pura, che potrebbe bastare da sé ad essere memoria.

Ma per fortuna qui stiamo parlando di Ugo Tognazzi, di un uomo che “non essendo mai cresciuto, essendo rimasto sempre un bambino, era per forza un grande attore”, come sintetizza genialmente Mario Monicelli. Se c’è sempre un sottile filo che divide l’attore dall’uomo, è come se in Tognazzi questo non ci fosse mai stato: la sua immensa maschera tragicomica in realtà non era una maschera, era semplicemente il suo vero volto. L’immagine e l’uomo coincidevano, facendo di lui un attore di una stupefacente modernità. Ci basta quindi vederlo in una vecchia inquadratura, dall’alto di un balcone, che guarda compiaciuto il suo spettacolo

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