FESTIVAL DI ROMA 2010 – “The Incite Mill – 7 Day Death Game”, di Hideo Nakata (Focus)

the incite mill
112.000 yen: è una retribuzione oraria eccezionalmente alta per un lavoro part-time. Dieci uomini e donne fanno domanda e si presentano davanti alla misteriosa Paranoia House
. Nakata sembra ormai non uscire dal suo incubo quotidiano, permanente, che lo risucchia in una sorta di training autogeno senza fine. Niente di travolgente, ma finalmente, dopo i deludenti ultimi lavori, si respirano ancora malinconici transiti di fisicità precari

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the incite mill112.000 yen: è una retribuzione oraria eccezionalmente alta per un lavoro part-time. Dieci uomini e donne fanno domanda e si presentano davanti alla misteriosa Paranoia House. Un uomo giovane con un lavoro part-time, un dirigente la cui compagnia è in bancarotta, un uomo di mezz'età licenziato per tagli al personale, uno studente universitario. A tutti loro serve denaro. La descrizione del lavoro è scarna: "essere osservati 24 ore al giorno per sette giorni", ed è strana, ma possono diventare multimilionari in una settimana. Il lavoro viene chiamato anche "esperimento psicologico": ad ogni persona viene assegnata una delle dieci stanze senza serrature, all'interno di ciascuna un'arma differente. Dei "bonus" molto alti, vengono assegnati a chi uccide (i "bonus omicida"), a chi è ucciso (i "bonus vittima"), o a chi dà informazioni su un omicida. L'esperimento finisce dopo sette giorni o quando rimangono solo due partecipanti. Il secondo giorno viene trovato un cadavere. È il panico: restano ancora sei giorni. Tratto da un’opera di Honobu Yonezawa, popolare scrittore nipponico. Evidente l’accostamento ad un’altra pellicola giapponese del 2000 di Fukasaku, Battle Royale. Nakata sembra ormai non uscire dal suo incubo quotidiano, permanente, che lo risucchia in una sorta di training autogeno senza fine. Stavolta però ha il coraggio di rompere le catene dell’immaginario claustrofobico e senza vie di fuga. La morte non è più ormai l’ultima frontiera, è semplicemente uno stato di calma apparente, di distacco temporaneo dal tempo e dallo spazio, che si chiude in poche inquadrature a circuito chiuso sul mondo imploso su se stesso. Niente di travolgente, ma finalmente, dopo i deludenti ultimi lavori (vedi soprattutto Chatroom, passato quest’anno a Cannes), si respirano ancora malinconici transiti di fisicità precari. In quella scontata e innocua tentazione di stupire, Nakata ritrova l’ossessione del già fatto, sperimentato, raccontato. Il microcosmo architettato è talmente mal congeniato da apparire fuori anche dal cinema di genere, del genere Nakata, neanche più horror psicologico. Una volta anche visionario e surreale con una grande capacità d’introspezione psicologia dei personaggi, oggi il cinema di Nakata è un viaggio  banale nella mente disturbata, che a poco a poco sprofonda nella follia che aspira forse a nuovi orizzonti, non più quelli che il mondo dell’horror ha saputo regalargli.  

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