FESTIVAL DI ROMA 2011 – "Bobby Fischer against the World", di Liz Garbus (Extra – Fuori Concorso)


Bellissimo documentario HBO quello della regista statunitense Liz Garbus, struggente, emozionante, alienante. La vita di Bobby Fischer, il più grande scacchista di tutti i tempi, unico americano ad essere riuscito a vincere il titolo mondiale, in quel lontano 1972 a Reykjavik in Islanda

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Filmati, immagini di repertorio, stralci di interviste, testimonianze dirette di chi l’ha conosciuto e gli ha voluto bene. La travagliata vita di Robert James Fischer, affettuosamente Bobby. Prova (ennesima) di come una mente geniale sia semplicemente posizionata su una frequenza diversa, ai nostri occhi distorta, dal resto dell’umanità. Un limbo in cui solitudine e disperazione sono compagnie per la vita. 
Bellissimo documentario HBO quello della regista statunitense Liz Garbus, struggente, emozionante, alienante. La vita del più grande scacchista di tutti i tempi, unico americano ad essere riuscito a vincere il titolo mondiale, in quel lontano 1972 a Reykjavik in Islanda.
L’infanzia travagliata, priva di una figura paterna, allevato da una madre che poi lo abbandonerà ancora fanciullo. L’ossessione per gli scacchi si sviluppa presto, a sei anni inizia a giocare, a nove già batte chiunque. Otto titoli nazionali prima di arrivare al confronto con la nemesi russa, Boris Spasskij. In quel momento delicato Bobby diventa un’icona, un cavaliere solitario pronto ad incarnare i valori dell’America. La guerra fredda è in pieno corso, la Russia domina in quello sport, nessuno ha mai osato battere un figlio dell’Unione Sovietica. La battaglia sulla scacchiera assorbe tutte le frustrazioni di due popoli che si temono e si detestano. Come spesso è accaduto nel corso delle decadi, lo sport diventa pretesto per rivalse sociali.
Per questo un intero popolo si ferma, trema, sospira davanti allo schermo durante quella partita. Match che Bobby minaccia di non voler giocare. Già assalito dai propri demoni, minacciato da una paranoia disumana, quell’insicurezza che solo chi sa di essere il migliore possiede. Perché se sei il più bravo di tutti hai sempre e solo la possibiltà di rimetterci. Basta un passo falso, una giornata storta. Per questo Bobby per poco non mette piede su quell’aereo per l’Islanda (si narra che addirittura una telefonata di Henry Kissinger fu decisiva ai fini della decisione di Fisher).
Il match del secolo; ma tutte le dietrologie, i significati aggiunti hanno forse poca importanza nella testa dei due contendenti. Conta dimostrare la superiorità intellettuale sul loro campo di battaglia, l’unico che ha davvero valore. Ancor più della patria, dei soldi, della fama. L’orgoglio e la supponenza che solo una mente geniale possiede. Per questo Bobby non può perdere e non perde. Divenendo l’eroe di una nazione, nobilitando una disciplina ignorata e bistrattata, poi di nuovo caduta nel dimenticatoio.
L’apice della carriera però giunge troppo presto. A ventinove anni Bobby ha già ottenuto il massimo dalla vita ed è come se un meccanismo, l’unico a tenere unito l’ingranaggio, si inceppasse. Il rifiuto di difendere il titolo mondiale è solo un sintomo. Bobby si isola, si allontana dal mondo, dalla sorella (unica della famiglia con cui ha buoni rapporti). Gli amici si allontanano, la sua condotta è ormai ingiustificabile.
Nel 1992, a vent’anni di distanza, la Jugoslavia (allora ancora unita) ospita la rivincita del match del secolo. Fisher non solo ignora il dictat dell’ONU che aveva sottoposto a un duro embargo la nazione europea, ma durante una conferenza stampa sputa su un documento degli Stati Uniti che gli proibiva di giocare quella partita. Reato penale che non gli permette di tornare a casa.
Accolto dalla vecchia amata Islanda, di cui diventa cittadino, gli ultimi anni sono la triste testimonianza di un decadimento umano malato. La morte forse è l’unica via per la pace. Un cervello anormale che, da un momento all’altro, ha abbandonato ogni contatto con la realtà.

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