FESTIVAL DI ROMA 2011 – “Death of a Superhero”, di Ian Fitzgibbon (Alice nella città)

E' bello e toccante il film di Fitzgibbon, che in alcuni punti potrebbe anche ricordare una versione più dolorosa e meno incattivita dalla sorte avversa del fenomenale Osmosis Jones dei fratelli Farrelly: con quello, che era uno dei film più personali di Bobby e Peter, Death of a Superhero spartisce l'idea dell'utilizzo dell'animazione per raccontare la lotta contro la malattia debilitante dell'organismo del protagonista, visualizzata come un trip a cartoni animati – ma Fitzgibbon si affida a un'iconografia più legata, come il titolo suggerisce, al fumetto USA supereroistico, e soprattutto riduce gli inserti “disegnati” ad una serie di tavole create dal teenager Donald, talento e passione per i comics, che prendono vita in alcuni momenti del film, e alle visioni dei demoni del ragazzo, quello dei turbamenti sessuali che è una mozzafiato e spietata infermiera pin up, e quello del cancro stesso, il perfido nemico chirurgo noto come The Glove (per via del guanto armato di siringhe con aghi letali), fantasmi dell'inconscio che straripano dalla carta nella realtà di Donald che ne vede e ne sente il richiamo con la coda dell'occhio nel corso delle sue dolorose giornate.
L'elemento vincente del film è comunque un altro, ovvero il racconto di un'adolescenza implosa, rimasta in nuce, che segna i propri riti di passaggio come graffiti sui muri di notte, che conosce perfettamente quello a cui sta andando incontro (i primi struggimenti d'amore, le incoscienti bravate con gli amici, le violente incomprensioni con i genitori) ma che all'improvviso si rende conto che in realtà le spetta ben altro (la malattia, la morte). Fitzgibbon, che possiede uno sguardo leggero e attentissimo, immerge il suo film e i suoi personaggi in questo oscuro gap, in cui tutti sembrano voler e dover rispettare il copione della teenage wasteland anche se l'ombra della morte distorce tutto in una tragica parodia del percorso di crescita (appunto, il controcanto grottesco delle avventure del supereroe silente creato da Donald, segnato sul proprio petto dall'influsso del “cerchio della morte”): l'innamoramento per la compagna di classe anticonformista, la perdita della verginità, lo spinello fumato insieme al proprio padre… mentre amici, parenti e dottori si ostinano a voler imbastire la recita dell'esistenza che deve continuare “come se nulla fosse”, l'unico a chiedere al restless Donald di fermarsi a riflettere sulla propria imminente fine, e a far sì in questo modo che proprio in questo gap dove il ragazzo è precipitato ci sia anche la possibilità di far entrare la ragazza amata, Shelly, a restare per sempre come ricordo indelebile e condiviso sulla punta dello scoglio del primo bacio, è il Dottor King (Kong?) di Andy Serkis – il tanatologo da cui Donald è in terapia.
Andy Serkis, che è ragionevolmente il più grande attore assente del presente, e che meglio di tutti sa quello che succede a un corpo quando trasfigura (quando viene catturato) in un'altra dimensione (leggi: i fumetti di Donald, o l'hereafter), è qui nuovamente sorprendente come possente interprete “in carne e ossa”, ma non si può evitare di amarne ancora una volta la metafora incarnata, lui ladro di cadaveri che aiuta il protagonista del film ad accettare l'inevitabile morte del proprio corpo (Andy Serkis tanatologo del cinema as we know it?), rassicurandolo invece riguardo alla sua persistenza in quanto segno d'un altrove. Ecco un promemoria a Festival oramai finito: ricordarsi di mappare Andy Serkis come sensore di una motion capture interpretativa, forma di vita esponenziale.