FESTIVAL DI ROMA 2011 – Lezione di cinema di Michael Mann: uno sguardo classico nell'oltremondo digitale


Era l'evento annunciato di questo Festival. L' incontro con il regista che meglio ha saputo fondere ogni estremo del cinema americano contemporaneo, inabissando i nostri occhi di (iper)spettatori degli anni 'oo nello splendido paradosso di uno sguardo classico posto nell'oltremondo del digitale. Una carrellata in più di trent’anni di carriera: poche semplici parole le sue, quelle giuste, come i vecchi cowboy dell'adorato John Ford. Perchè lui "è Michael Mann e fa solo Cinema…" 

Michael Mann

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Era l'evento annunciato di questo Festival. L' incontro con il regista che meglio ha saputo fondere ogni estremo del cinema americano contemporaneo: Hollywood e la furiosa  sperimentazione linguistica, John Ford e il western metropolitano, lo star system e l'affetto smodato per il più piccolo dei personaggi. Il regista che ha  saputo meglio inabissare i nostri occhi di (iper)spettatori degli anni 'oo nello splendido paradosso di uno sguardo classico posto nell'oltremondo del digitale. E allora tutti in coda per la Lezione di Cinema di Michael Mann, coda lunga, che oltrepassa le porte dell'Auditorium e si perde lontano come in una delle sue celebri inquadrature confuse con l’orizzonte…alcuni sono riusciti ad entrare, altri sono rimasti rispettosamente in fila senza avere questa possibilità (a proposito: l'aver celebrato un così tanto atteso evento nella più piccola delle sale disponibili è un mistero di cui non si riesce francamente a darsi una spiegazione plausibile). Poi si entra in sala e lo schermo è già abitato da James Caan che da bravo eroe melvilliano ci mette tutto il certosino impegno per aprire una cassaforte e vincere la sua sfida. La sequenza è la celeberrima rapina di Strade Violente che disegna già nel 1981 le coordinate di un cinema che poggia i corpi nel classico e sfonda lo sguardo del postmoderno, un Oltre del cinema americano che va al di là di ogni sterile classificazione. Michael Mann, è risaputo, non ama troppo parlare dei suoi film in termini stilistico/autoriali: è un cowboy vecchia scuola che alla domanda sulla complessità dei suoi film risponderebbe sempre fordianamente "Mi chiamo Micheal Mann e faccio solo western…".

  

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Ma, messo alle strette, si concede anche qualche risposta più esplicativa. E allora si parte proprio dal digitale, dalla tecnica che diventa sguardo perché «l'uso del digitale è strettamente connesso alle cose che in pellicola non potevo fare: campi lunghissimi notturni o una profondità di campo impensabile prima». È questo che rende così "semplicemente" grande il cinema di Mann: l'utilizzo di una tecnica sempre e comunque connesso ad una consapevolissima scelta a monte, un e(s)t(et)ica che non arretra di una virgola qualsiasi mondo essa esplori. Quella consapevolezza profonda che il cinema puòCollateral essere vita all'ennesima potenza e che lo spinge a dire «i miei personaggi, le mie inquadrature sono cinema ma non nascono mai dal cinema, nascono sempre dalla vita e da ciò che io conosco e posso sperimentare». Le immagini possono andare oltre la vita restituendocela tutta intera solo se hanno il coraggio di fare i conti con essa: in quel piccolo grande interstizio tra strade e sentimenti. Perché «io pretendo sempre il massimo da ogni inquadratura, amo i dettagli, amo le piccole cose». Mann sembra dare un senso concreto e tangibile a quella lotta, così connaturata al Cinema, tra puro e impuro di cui parla Alain Badiou: l'impuro esiste sempre ma mai in accezione negativa, perché ci permette di lottare (come ogni personaggio di Micheal Mann) per estrarre la purezza da ogni situazione, immagine, soggettiva, goccia di pioggia. Alla specifica domanda su quanto scelte registiche così inusuali come le  improvvise sospensioni sonore associate agli sguardi di Tom Cruise verso il coyote in Collateral o di Colin Farrel verso il mare in Miami Vice, Mann risponde immediatamente: «sono assolutamente scelte già presenti in sceneggiatura, non si improvvisa mai niente, io voglio tutto già lì».

 

La scelta come si diceva: i personaggi di Mann sono sempre posti davanti ad una scelta e spesso accettano la sfida portando sino alle estreme conseguenze (positive o negative) il loro destino. Un percorso che doppia costantemente quello del regista Mann, che ha sempre avuto il coraggio di scegliere una strada e portarla avanti cercando la sua personale idea di purezza nell'impuro connaturato al sistema (denaro, compromesso, produzione): il Cinema Americano per eccellenza. Fa uno strano effetto vedere decontestualizzata la scena della sparatoria in Heat, perchè Heat èMiami Vice un Mondo, è una costellazione di umanità compressa in tre ore di geometrie urbane. Di percorsi incrociati che disegnano l'ineluttabile che può a sua volta cambiare solo con la forza di una scelta: quella dell’ex galeotto cuoco di Dennis Heysbert che sceglie in trenta secondi di rientrare nell'illegalità per aiutare un vecchio amico e trovare la morte. E allora «è strano vedere questa scena isolata, perché non si possono capire le mille implicazioni che uniscono e dividono i personaggi, come quello interpretato da Dennis che incontra qui il suo destino» dice Mann. Un piccolo destino che si fa posto nelle perfette geometrie di Heat e che si compie quasi in fuori campo. C' è sempre la vita vera dietro alle abbacinanti creazioni visive di Mann, c'è sempre il calore torrido di una umanità pulsante che in ogni (dis)inquadratura trascende il reale. E la sua Lezione qui in Auditorium si chiude con una delle sequenze più clamorose del suo cinema: la disperazione implosiva di Russel Crowe/Jeffrey Wigand in The Insider che sull'orlo del suicidio, in una stanza d’albergo, non può far altro che donarsi al Cinema: trasforma il muro surreale della sua stanza d'albergo in un un'immagine in movimento, in uno schermo fantasmatico dove le figlie lo salutano e lo incoraggiano. «Era un uomo che voleva farlo, voleva quasi togliersi la vita, me lo aveva confessato il vero Wigand e io in quella scena volevo captare quel momento» dice Mann. E ci è riuscito in un unico modo: ponendo lo sguardo disperato di un uomo senza futuro dritto puntato verso uno schermo, verso la vita, verso il Cinema: verso il futuro. Oltre ogni orizzonte possibile come nelle sue inquadrature degli anni ‘00.

Una lezione di cinema fatta di poche semplici parole, quelle giuste, perché “lui è Michael Mann e fa solo cinema”…

 

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