FESTIVAL DI ROMA 2011 – "Love For Life", di Gu Changwei (Concorso)

Si fa fatica a scrivere di un film come Love For Life del regista cinese Gu Changwei. Forse il cinema asiatico “da festival” ci ha abituati troppo bene in quest’ultimo ventennio (e continua ancora a farlo) e forse da un tema così complesso (il primo film cinese ad affrontare la piaga dell’Aids) ci si poteva aspettare un respiro più ampio. Lontano anni luce dalle vette di autori come Stanley Kwan Zhangh Yimou, il film non riesce mai ad emozionare pur affrontando una storia potenzialmente sconvolgente

Love For Life

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Si fa fatica a pensare, parlare, scrivere di un film come Love For Life del regista cinese Gu Changwei. Forse il cinema asiatico “da festival” ci ha abituati troppo bene in quest’ultimo ventennio (e continua ancora a farlo) e forse da una tema così complesso (il primo film cinese ad affrontare la piaga dell’Aids) con un’attrice d'esportazione come Zhang Ziyi ci si poteva aspettare un respiro più ampio. Ma, di fatto, ci troviamo di fronte ad un film chiaramente prodotto ad uso e consumo interno, lontano anni luce dalle vette sperimentali di autori come Stanley Kwan, ma purtroppo anche dall’ultimo spettacolare cinema popolare di Zhangh Yimou o Chen Kaige. Storia di una piccola comunità dove improvvisamente si diffonde il virus dell’Aids (il mercato illegale di sangue inaugurato dallo spietato Qui Quan ne sarà il responsabile) e dove l’anziano Zhao, padre di Qui Quan, decide di isolarsi insieme agli altri infettati nella scuola abbandonata del villaggio. Il virus è come un demone venuto da lontano che sfascia l’armonia e spezza il patto sociale: si forma una comunità nella comunità isolata e temuta. Ma nella scuola/comunità arriva come un angelo la bellissima Quin Quin (Zhang Ziyi) e ben presto scoppierà l’amore con De Yi che è un cugino di suo marito. Entrambi sposati e malati: due gravissimi impedimenti al loro puro sentimento. Ora: al netto di evidenti metafore propagandistiche contro lo spietato capitalismo dei racket, al netto di colossali ingenuità di scrittura e al netto anche di una recitazione francamente caricatissima, il film non riesce mai a interessare/emozionare pur affrontando un tema sconvolgente. L’impianto registico traballa paurosamente tra sequenze involontariamente surreali (un maiale impazzito che vaga per la città; una insensata sfida ad un treno in corsa da parte di De Yi; una tomba avveniristica frutto dei traffici illegali del diabolico Quin Quan) e una minuziosa descrizione della vita di comunità colpita dal virus e proprio per questo propensa all’individualismo: si diffonde anche il virus del “furto”. E poi, ovviamente, c’è tutto l'amore per la vita dei due protagonisti, che non riesce minimamente ad attenuare il rammarico per una storia dal così alto potenziale che lascia così freddi e distaccati.  

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