FESTIVAL DI ROMA 2012 – “Bullet to the Head”, di Walter Hill (& Sylvester Stallone)

Bullet to the Head Walter HillTutto parte da Walter Hill. Il cineasta più politicamente rivoluzionario degli ultimi trent’anni. Che ha trasformato, improvvisamente, la tragedia greca in un cinema ad alta tensione politico-social-spettacolare, che è diventato un modello per la generazione videoclip degli anni ottanta. Stiamo parlando di The warriors, il film da cui ripartì la Storia del Cinema (hollywoodiano e non). Walter Hill, classe 1942, ha 33 anni quando gira il suo primo film, L’eroe della strada, e 37 quando realizza nel 1979 I guerrieri della notte. Sylvester Stallone invece è del 1946, ha 32 anni quando dirige nel 1978 il suo primo film, Taverna Paradiso e 30 quando interpreta, nel 1976, il primo Rocky.

Hill e Stallone non avevano mai lavorato insieme, fino a Bullet To The Head. Una vera bestemmia! Provatevi a immaginare John Ford senza John Wayne….

Ecco, Stallone sta e Walter Hill come John Wayne sta a John Ford. E solo in un periodo di grande cecità produttiva come questi ultimi decenni, abbiamo dovuto aspettare che i due invecchiassero bene, per vederli lavorare assieme. Ed è uno spettacolo indimenticabile.

Perché Stallone prosegue nel suo processo di maturazione dei personaggi/icona del suo grande successo, e nel prosciugarli di quel che resta del “sogno americano”, sempre più si indirizza verso la costruzione di un corpo extra genere, fuori dalle dinamiche classiche dell’eroe hollywoodiano. Proprio come Walter Hill, che decostruisce i generi dall’interno (era un western I cavalieri dalle lunghe ombre? Era un gangster movie Ancora vivo? E Southern Confort, che genere era?), sulle tracce del cinema classico di Ford per rilanciarlo in un mondo – come quello degli anni settanta – trasformato, dove “le cose non sembrano più le stesse”, e la rigidità della narrazione esplode, così Sylvester Stallone, mentre prende materialmente il posto di John Wayne nell’immaginario popolare americano, lo trasforma in un corpo sempre più dolorante, incapace di adattarsi all’America post bicentenario, che deve lottare e sudare non solo e non tanto per sopravvivere, ma soprattutto per garantirsi ancora una seppur minima parvenza di “essere sociale”. Stallone sembra prendere con sè, da John Wayne, il personaggio di Ethan Edwards di Sentieri selvaggi, e portarlo oltre i confini possibili, dell’etica e del politicamente corretto (che all’epoca, per fortuna, non esisteva).

 

Du Plomb Dans la TeteEd eccolo, Stallone, trasformato in questo relitto del XX secolo, Jimmy Bobo, uno spietato killer che, sin dall’inizio, non lesina pallottole omicide anche (soprattutto!) contro bersagli immobili. Bobo fa alla puzzolente malavita di New Orleans lo stesso trattamento che Ethan Edwards riservava agli indiani. E con un personaggio così, che sembra tratto da una striscia di un fumetto (e così è infatti…visto che lo sceneggiatore Alessandro Camon – cui si deve uno dei primi lavori critici su Hill – ha letteralmente saccheggiato la graphic novel di Matz, Du Plomb Dans la Tete), Walter Hill, ovviamente, va a nozze. Tutto il suo cinema, a pensarci bene, sembra una graphic novel, dove l’attenzione per le ambientazioni “noir” va di pari passo con dialoghi che vanno veloci come una pallottola… E’ il noir il luogo artistico/mentale del cinema di Walter Hill. Un noir rivisitato, ricostruito, non puramente e cinefilicamente omaggiante i classici, ma invece con lo spirito di un Aldrich e la faccia di un Lee Marvin, rabbiosamente alla ricerca di sconfinamenti, di luoghi perturbanti, di viaggi infernali andata e ritorno, di personaggi che sembrano senza passato, presente, futuro, ormai prede di un “fumo nero”, che li accompagna nello scontro della vita.

Ed eccolo, Walter Hill, tornare al suo gioco preferito, il buddy movie, con il killer che deve lavorare assieme al poliziotto onesto. Rovesciamento, ma non troppo, dell’accoppiata di 48 ore, dove Eddie Murphy e Nick Nolte sconfinavano in continuazione tra commedia e crime story. A Jimmy Bobo hanno fatto fuori il socio, e per vendicarsi non potrà fare a meno di collaborare con il giovane poliziotto di origini coreane Taylor Kwon (Sung Kang). I due in realtà vorrebbero uccidersi l’un l’altro, ma sanno che hanno entrambi bisogno di collaborare per combattere l’organizzazione malavitosa che, tra una strage e l’altra, sta cercando di impossessarsi della città. Ma se la coppia anomala negli anni ottanta si lacerava in una differenza di “stile” (Murphy criminale elegante e disinvolto vs Nolte poliziotto arruffone e caotico con vita privata incasinata), in Bullet to the Head le differenze tra i due personaggi sono decisamente più marcate. Generazionali (Sung è più vicino all’età della figlia di Jimmy, Lisa), etniche (bianco vs asiatico), etiche (Jimmy è un killer professionista, unico limite no donne e bambini, mentre Sung è un detective che non sembra neppure accorgersi della polizia corrotta attorno a se), ma soprattutto, diremmo, antropologiche: se Jimmy si muove con il suo corpaccione come un carro armato, ma rapido ed efficace, esibendo la sua cultura della strada “analogica”, dove sono i sensi a mettere in gioco l’azione, Sung è invece leggero e volatile, preferisce lavorare di sottrazione (come togliere le pallottole dalla pistola di Jimmy, ma ne rimedierà un bel pugno nello stomaco), e in particolare lavora attraverso il suo cellulare che è collegato alla rete informativa digitale della polizia. Dalla rete gli arrivano le informazioni che poi lui rielabora velocemente in competenze ed azione. Insomma Sung è un corpo digitale, che per fare un’indagine complessa impiega pochi secondi, basta che il suo Blackberry sia connesso….

 

Coppia per opposti, dentro le linee visive di un cinema che riprende la geografia della città come luogo del conflitto, come della dannazione. E mentre i cattivi si ammazzano tra di loro, con lo spietato Keegan che sembra la ricostruzione in chiave killer di Ivan “ti spiezzo in due” Drago (Rocky IV, 1985), il vero conflitto sembra emergere tra il killer “dal cuore buono” e il poliziotto hi-tech, magari con in mezzo la figlia Lisa, vero trait d’union del tragitto narrativo dei due personaggi. E allora Hill, a secco di film per il cinema da un decennio, può autobiograficamente ritornare sul luogo delle origini, a quella vecchia Entergy Plant, la centrale elettrica abbandonata, dove il film ha il suo epilogo, la stessa dove aveva diretto il suo primo film, L’eroe della strada.

Era destino che Hill e Stallone incrociassero, prima o poi, le loro strade (violente): “Sly ha un gran cuore ed una voce stupenda – dice Walter Hill – Per un regista lavorare con un attore del genere equivale ad un pilota che ha in mano le chiavi di una Ferrari”. Già, la stessa che – attenzione spoiler! – Stallone guiderà nel finale di Bullet to the Head, dove se ne andrà via da solo, abbandonando il nuovo amico e la figlia Lisa, proprio come Ethan Edwards nell’indimenticabile finale di Sentieri selvaggi….