FESTIVAL DI ROMA 2012 – "Gegenwart", di Thomas Heise (CinemaXXI)

gegenwart
Nel suo documentario Thomas Heise descrive l'attività di un piccolo forno crematorio mostrandoci come succede che, materialmente, visto che cenere siamo, cenere torneremo. Un racconto lucido e rigoroso, il suo, ma anche brutale, perchè brutale è quello che accade ai nostri corpi quando smettiamo di respirare

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"Questo film non vuole trasmettere nessun messaggio particolare, volevo semplicemente raccontare quello che succede quando moriamo"  Thomas Heise

 

Che moriremo, un giorno, lo sappiamo tutti. Si dice che da quando nasciamo non facciamo altro che prepararci alla morte. Vedere cosa accade dopo, però, a quello non ci pensiamo mai, o almeno non così spesso. Questo perchè l'idea della morte, in sè, possiede sfumature alquanto romantiche, ci si può ricamare su, immaginare una fine eroica e, perchè no, amici e parenti che si disperano al nostro funerale. Pensare al dopo però, a cosa accade al corpo morto, al pezzo di carne inanimata che si diventa, non è altrettanto piacevole e fantasticarci su può diventare pericoloso.

Thomas Heise, regista tedesco dotato di non poco pelo sullo stomaco, decide di farci un documentario, di mettersi in un piccolo forno crematorio attivo tutti i giorni 24 ore su 24 e raccontare come succede che, materialmente, visto che cenere siamo, cenere torneremo. Heise e il suo operatore hanno seguito con continuità, nel periodo tra Natale e Capodanno, l'attività del forno crematorio, non aggiungendo alcun elemento di finzione. Il risultato è sconvolgente nella sua semplicità. La totale mancanza di artificio è evidente dalla prima inquadratura, il racconto è talmente meticoloso da provocare straniamento e disagio, specialmente quando ci si rende conto che tra attrezzi, pezzi di ferro e bare di legno ci sono anche corpi morti. Per tutta la prima metà del film di cadaveri neanche l'ombra, la sensazione è quella di trovarsi in una fabbrica, una fabbrica di bare forse? Gli operai lavorano a ritmi serrati in modo del tutto asettico, se stessero raccogliendo pomodori probabilmente avrebbero la stessa espressione. Proprio questo è il punto. Per loro è routine, per noi no. Improvvisamente ci rendiamo conto di essere in una fabbrica sì, non di bare però ma di cenere. Si fabbrica cenere ogni giorno. Bruciano i corpi e bruciano piuttosto in fretta. Chissà se con altrettanta fretta brucia anche il lutto.

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Heise impone il suo punto di vista senza via di scampo, descrive con rigore quello che succede quando moriamo, per chi decide di essere cremato, chiaramente. Non aggiunge nulla, non toglie nemmeno. Lo spettatore coraggioso resiste fino al punto in cui, la macchina da presa, non indugia sui pezzi di cadavere. È chiaro, siamo in un forno crematorio, tutto ruota intorno a quello, ai morti che diventano cenere, ma vederlo è un'altra cosa. Vedere anche solo un'unghia di un corpo morto provoca un'eco raccapricciante anche negli animi più resistenti. E qui la sfida: lo sguardo attento del regista, che anche quando mostra parti di cadavere lo fa con grande rispetto e delicatezza, non essendo proprio mai morboso, contro l'umano spettatore a cui forse non piace immaginarsi morto. Quello di Heise è un racconto lucido ma anche brutale, perchè brutale è quello che succede ai nostri corpi quando smettiamo di respirare. Dopo tanta materia l'esigenza è quella di tornare a parlare di anima, sperando che, almeno lei, non impieghi soltanto tre giorni per diventare cenere.

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