FESTIVAL DI ROMA 2012 – "Il gioco degli specchi", di Carlo di Carlo (Eventi)

Il gioco degli specchi di carlo di carloSi intitola come un romanzo con Montalbano ma non ha nulla a che fare con Camilleri Il gioco degli specchi di Carlo di Carlo, scritto dallo storico aiuto regista di Pasolini assieme a Flavio De Bernardinis.

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Le realtà speculari sono quelle del cinema e della società italiana fra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta, ricostruite attraverso un poderoso lavoro di ricerca e montaggio dei cinegiornali dell’Istituto Luce, occhi e voce di un’intera nazione per oltre quarant’anni.

 

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Si parte dalle nozze spettacolarizzate di Miriam Petacci, sorella di Claretta, e si chiude sulle ragazze del fast food di Drive In, che lancia l’era Berlusconi, in un percorso che evidenzia la fascinazione tutta italiana – abbiamo sempre amato i reality in fondo – per gli “uomini forti” e le dive(tte) tra grande e piccolo schermo.

 

Non tanto un viaggio nel cinema quanto piuttosto fra quegli spostamenti impercettibili del sentire sociale che appaiono macroscopici a uno sguardo retroattivo:  i furti di biciclette immortalati da De Sica e le speranze di 77 ragazze rimaste sepolte sotto le macerie di un palazzo crollato  a Roma (Ore 11);  l’emozione e il coinvolgimento delle prime elezioni repubblicane – con gli inviti a votare di Titina De Filippo e gli elettori di lusso Totò e Anna Magnani, con tanto di scheda aperta che, si sa, Nannarella affrontava tutto di petto – l’attentato a Togliatti e le piazze piene per esprimere dissenso e solidarietà all’uomo e al politico. Poi ancora il boom economico e le prime inquietudini borghesi, immortalate da Antonioni e Fellini, lo smarrimento politico dei “gattini ciechi” orfani di Togliatti – uno dei volti più ricorrenti assieme a Pasolini e Moro – raccontato poi dai Taviani di Sovversivi.

 

Racconto appassionato che nonostante la supposta oggettività del found footage rivela una grande grande partecipazione, Il gioco degli specchi è tanto un atto di amore verso un paese difficile da amare quanto un’operazione raffinata in cui il cinema non è esposto in prima linea, ma è sempre lì, nelle pieghe del racconto, occhio indiscreto pronto a catturare per sempre il nostro universo quotidiano e a riplasmarlo con le sue immagini.