FESTIVAL DI ROMA 2012 – Linea di confine: il CINEMAXXI secolo

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Marco Muller cerca di lanciare un Festival di Roma stretto tra il passato da dimenticare, il presente in cui dover mediare (ma non sulle date o sui cineasti sorprendenti), e un futuro in cui poter immaginare un Festival che sappia raccontare la complessità e le diverse modalità di visione del cinema, oggi. Fregandosene dei media omologati

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Troppo intellettuali questi film, sono solo per i cinefili”, così, nei corridoi dell’Auditorium, due signore, presumibilmente giornaliste, di mezza età, apostrofavano il programma del nuovo Festival di Roma, direttore Marco Mulller.  Non potete immaginare quanto ci possa divertire, a noi di Sentieri selvaggi, sentir dire che un Festival che ha per maggior star Sylvester Stallone è “intellettuale”.  Rewind al Settembre 1990, n. 2.4 di Sentieri selvaggi, “PROVACI ANCORA SLY, il cinema di Sylvester Stallone”, quando un gruppo di "giovani turchi" della critica italiana restituiva finalmente una dignità di cineasta ed “autore” al più bistrattato dal giornalismo e dalla critica di quegli anni. Oggi Stallone viene visto, dalla stessa stampa mainstream e provinciale nostrana, come un residuato intellettuale del cinema. Peccato che il suo ultimo film, I mercenari 2, sia stato un clamoroso successo al botteghino…

 

Contraddizioni di una mattinata, alla conferenza stampa del Festival di Roma, dove l’atmosfera che regnava, palpabile nell’aria, era quasi quella di una sorta di contestazione strisciante, contro l’infiltrato Muller, reo di essere lì “grazie” al volere di chi attualmente governa regione e comune, e che il prossimo anno saranno probabilmente spodestati (forse da un unico candidato per entrambe le poltrone?…). Ed ecco domande su quanto resisterà con un governo diverso, su che progetto si può fare senza gli appoggi politici del futuro, insomma tutte domande prettamente politiche atte a sviare l’attenzione dalla grande provocazione mulleriana di aver messo su un Festival che sembra andare “contro tutti”, controcorrente, nonostante abbia speso gran parte del suo intervento per cercare di solidificare le “alleanze”, volute e subite, che ha dovuto praticare per metter su in soli quattro mesi il programma.

 

Ed ecco che ci troviamo di fronte ad un Festival di confine: da un lato il Festival della continuità logistico-istituzionale, all’Auditorium, quasi per forza di inerzia, dove Muller e i suoi si sono divertiti a lanciare un programma provocazione, con cineasti emergenti messi assieme a grandi registi che però sono pressoché sconosciuti a chi non frequenta i Festival. E quindi i giovani Roman Coppola e Jozef Skolimowski, la rivelazione Valerie Donzelli (con suo meraviglioso La guerre est déclarée) insieme a Takashi Miike, Jacques Doillon o Kira Muratova. E il cinema italiano che si presenta con gli outsider Claudio Giovannesi, Paolo Franchi e Pappi Corsicato.

 

Mancano le star, dicono dalla platea. Eppure a leggere il programma con occhi meno ammuffiti dal pregiudizio, si troverebbero Charlie Sheen, Bill Murray, Emile Hirsch, Dakota Fanning, Kris Kristofferson, Kristen Stewart, Robert Pattinson, e se voliamo off Hollywood Marjane Satrapi, Daniel Auteuil, Matthieu Kassovitz, Toni Colette, Roman Duris, per non parlare di James Franco, Mila Kunis, Jessica Chastain se ci spostiamo sulla selezione CinemaXXI.

 

MaXXIEd eccoci al punto: al Maxxi ci sarà una sorta di “altro Festival”, forse quello che Muller avrebbe voluto, insieme al Cinema Barberini (“che sogno sarebbe stato un red carpet in Piazza Barberini” ha esclamato Muller, che ha citato il cinema nel centro storico e il Maxxi quasi come il vero “cuore nuovo” di questo Festival), fuori dal ghetto dorato dell’Auditorium. Un festival, e un cinema, espanso, “un cinema che fa un’andata e ritorno continua tra cinema, arti visive, teatro, danza, architettura”, un cinema che forse sarebbe piaciuto – al Maxxi, o nei rivoli vitali del centro storico della città – a Renato Nicolini, che Muller ha ricordato non solo con le parole ma anche con un film in programma, L’assolutezza del cerchio – il G.R.A. di Renato Nicolini, di Gianfranco Rosi.

 

Insomma un Festival di Roma stretto tra il passato da dimenticare, il presente in cui dover mediare (ma non sulle date o sui cineasti sorprendenti), e un futuro in cui poter immaginare un Festival che sappia raccontare la complessità e le diverse modalità di visione del cinema, oggi. Fregandosene dei media omologati, andando alla ricerca non di un pubblico, ma di pubblici diversi, mescolando – come si faceva un tempo a Massenzio, citato con commozione da Muller – sacro e profano, quello che una volta era il cinema “alto” e il “popolare”, appunto Stallone e Apichatpong Weerasethekul, la saga di Twilight con Pedro Costa e De Oliveira…

 

Alla fine si resta come davanti a un progetto in divenire (se glielo permetteranno i politici…), che mira a sconvolgere le pratiche della visione nei meandri consolidati e paludati dell’Auditorium (Gabriel e Alan Polsky, Enrique Riveiro, Jozef e Michal Skolimowski), per immaginare un futuro dove la ragnatela delle visione possa tessersi un po’ in tutta la città, e non è un caso che il programma completo della selezione Cinemaxxi godrà di una specifica conferenza stampa.

 

Il Maxxi è il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, il cinema del XXI secolo è ancora tutto da raccontare…

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