FESTIVAL DI ROMA 2012 – "L'Italia sta cambiando" – Incontro con Michele Placido e il cast di "Il cecchino"

Michele PlacidoDopo l'uscita in Francia, arriva anche in Italia Il cecchino, ultimo film di Michele Placido, coprodotto da Studio Canal e Rai Cinema. Presenti alla conferenza stampa, Michele Placido, gli attori Luca Argentero e Violante Placido e i produttori Fabio Conversi e Paolo Del Brocco. Si parla dello stato del cinema italiano, della crisi e di nuove iniziative.

Questo film sancisce definitivamente lo status di Placido come regista di genere. Già in passato si era occupato di action, dramma e storia politica e civile, ma con Il cecchino si passa al cinema di genere puro. 

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Placido: Non mi considero un autore, ma un semplice professionista. Mi hanno chiamato dalla Francia per questo progetto e ho accettato. Fabio Conversi ha costruito questa operazione per Studio Canal. Io sono andato e ho semplicemente girato un film che non ho scritto io. Non lo dico negativamente, anzi. Voglio solo mettere in chiaro che in questo caso, mi sono limitato a dire "Ciak, azione". Nasce tutto dal grande successo che Romanzo Criminale ha avuto in Francia. 

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Anche questo è un film fortemente morale. Si è trattato di un elemento determinante nella scelta del progetto?

Placido: Sì, anche perché avevo in ballo altri tre progetti, ma questo mi era più vicino. È un tipo di cinema che rimanda a modelli che amo come Melville o Audiard padre per i dialoghi. Ad attori come Delon e Ventura. Con gli sceneggiatori abbiamo discusso molto al riguardo e anche loro erano grandi estimatori di questo tipo di cinema. Poi mi interessava non tanto l'aspetto politico, ma quello morale con questi ex-militari che invece di combattere in guerra in Afghanistan, vanno a fare le rapine in Occidente.

Questo è un film co-prodotto. È dovuto andare in Francia per realizzarlo. Si sente un regista migrante, nel senso che va dove la porta il lavoro se ci sono offerte migliori dall'estero rispetto a quelle che vengono dall'Italia?

Placido: Ci sono tanti progetti che mi attirerebbero molto in Italia, basta guardare agli ultimi anni della nostra storia. Per esempio i collegamenti tra mafia e lo Stato, di cui il cinema non si occupa, ma che invece si dovrebbe avere il dovere di raccontare. Se solo partisse il "La" dai produttori, ma anche dagli autori. C'è quasi un'autocensura al riguardo e forse anche i produttori aspettano un segnale. Per esempio, credo che sarebbe interessante un film su Dell'Utri, se è un personaggio che ha colpe o meno e perché il sistema giudiziario lo tiene sotto osservazione. Gli americani lo avrebbero già fatto, ma gli italiani no.

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I film di denuncia non si fanno in Italia per mancanza di produttori o degli autori che preferiscono rifugiarsi nella commedia?

Placido: Io credo che tra qualche anno si tornerà a un cinema di questo genere. L'Italia sta cambiando e saranno soprattutto i giovani a entrare nel vivo. Noi ormai siamo vecchi, al massimo possiamo rielaborare qualcosa, ma loro sono più incazzati di noi. Dobbiamo fare tutti uno sforzo da questo punto di vista, aspettiamo un segnale. Credo anche che questo segnale, su una nuova etica, debba venire soprattutto nel campo della cultura. Si dovrebbero finanziare film sulla storia civile.

Sia Luca che Violante sono entrambi tornati a lavorare insieme e con Michele. Com'è stata l'esperienza di italiani fuori dall'Italia, non solo come attori, ma anche come personaggi?

Argentero: La chiamata di Michele è come una chiamata alle armi. C'è il dovere di accettare. Dopo Il grande sogno sono cambiato come attore, non sono più lo stesso e con Michele si impara sempre. Avrei detto di sì anche se mi avesse proposto il ruolo di un pescivendolo armeno. Avrei detto di sì comunque. Qui poi l'offerta è stata esamltante perché credo che qualsiasi attore, arrivato a un punto della sua carriera, voglia tenere una pistola in mano. Questa è stata un'esperienza bellissima in un film importante con un cast di grandissimo spessore, dal quale ho imparato molto.

V. Placido: Per me è stata la seconda esperienza con entrambi e sono stata contenta di ritrovare sia Luca che papà. Il cecchino è un film tutto al maschile, ma ci sono anche personaggi femminili con dei piccoli ruoli, ma scene molto intense, anche violente. E poi mi sono potuta confrontare con il cinema francese e mi è rimasto qualcosa di costruttivo. Sia io che papà abbiamo un approccio viscerale e istintivo alle cose. Sul set è quasi un terremoto, ma io mi ci ritrovo, scatena un processo creativo che mi appartiene e pure Kassovitz è così sanguigno. Auteuil invece è un grande attore serafico, che ti mette tranquillità sul set, ma poi scatena tutta una forza magnetica in scena.

Con questo film, il cinema italiano compie uno sguardo verso l'estero che è importante, ma che manca al nostro cinema. Si potrebbe forse ipotizzare un'apertura attraverso il cinema di genere?

Placido: Potrebbe essere un'idea. Si può cominciare a lavorare pure con Rai Cinema e Conversi a questo cinema. Al momento ho anche un altro progetto in Francia, una storia d'amore tratta da Pirandello. Poi i francesi amano il nostro cinema, basta guardare a Sorrentino o Moretti. Si potrebbe programmare un cinema italo-francese, ma forse bisognerebbe chiederlo ai produttori.

Del Brocco: Qui il problema è rieducare il pubblico a un certo tipo di prodotto. Non si fanno film di genere in Italia e anche il cinema di qualità, quello d'autore, sta subendo brutti colpi. Non c' attenzione nei confronti di questo cinema. Il cinema dovrebbe dare dignità a tutte le storie. Si dovrebbero aprire i confini, ma nella situazione in cui ci troviamo, Rai Cinema ormai è diventato l'ultimo baluardo. Al momento produciamo 40 film l'anno, ma non è possibile andare avanti così. C'è volontà, ma mancano le risorse.

V. Placido: Secondo me, dovrebbero costare di meno anche i biglietti del cinema. Siamo in un momento di crisi ed è ovvio che se uno può andare al cinema una volta, due al mese, va a vedere le commedie. Forse invece le persone vorrebbero vedere altro.