FESTIVAL DI ROMA 2012 – "Marfa Girl", di Larry Clark (Concorso)

marfa girl

Non ha più nemmeno la forza di essere sgradevole, come era capitato all'esordio di Kids. Larry Clark ricorre ancora all'unica arma della provocazione e la sua missione di raccontare la storia degli outborder americani è solo una forma di esibizionismo.Miglior film al 7° Festival di Roma

Larry Clark è sempre stato astuto ed ha capito subito il modo di garantirsi la sua sopravvivenza nel cinema: chi vede i suoi film deve nascondere la disapprovazione nel timore di essere accusato di moralismo. L'equivoco gli ha permesso di arrivare fino a Marfa Girl, che è il settimo lungometraggio di una carriera da regista che si prolunga da quasi venti anni. Ken Park aveva fugato il dubbio sulla sua possibile onestà: l'esordio di Kids nel 1995 e le passate collaborazioni con Gus Van Sant potevano anche lasciare l'illusione che il cinema fosse che un'estensione del suo celebrato lavoro come fotografo. La pubblicazione di raccolte come Tulsa poteva far pensare che Larry Clark avesse davvero a cuore la sua missione di raccontare la vita dei suoi ragazzi, nel tentativo di esorcizzare anche la sua storia personale.

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Marfa Girl non lascia spazio ad ulteriori supposizioni: il regista è soltanto un provocatore che è rimasto sempre sulle sue posizioni. La storia di un gruppo di adolescenti di New York che non hanno alcuna prospettiva e finiscono in un vortice di sesso, droga e HIV poteva essere sgradevole abbastanza da incantare qualcuno: nel 2012 è diventata talmente vecchia ed obsoleta da lasciare solo indifferenza. A Larry Clark non è rimasto altro che spostare il suo repertorio da un luogo all'altro nella speranza che la storia dei diseredati, dei gruppi di quartiere e di situazioni sociali estreme possa riscattare un punto di vista che invece non si è mai aggiornato. Questa volta va a Marfa, una cittadina del Texas a pochi chilometri dal confine e concentra la sua attenzione su una comunità di latinos e sulla border patrol locale. Il taglio fotografico del suo stile è lo stesso: i campi lunghi e gli interni hanno una composizione studiata e la camera a mano accenna al documentario. Il problema è che Larry Clark cerca sempre le stesse cose a prescindere dal contesto e questa sua ostinazione sul tema ha perso di credibilità: il compiacimento nel mostrare la dissoluzione dei legami sociali tradizionali poteva avere una giustificazione nell'urgenza del messaggio di Kids.

 

Adesso è evidente che il suo cinema non può fare a meno di promiscuità e di eccessi di vario genere perchè sono le uniche cose con cui Larry Clark si trova a suo agio: i suoi film non mostrano una realtà ma la forzano a questo scopo. E' la differenza significativa tra la sua poetica è quella di un ex-collega come Gus Van Sant: la vita dei ragazzi di Marfa soddisfa solo la sua necessità di rompere gli schemi e il suo racconto manca di affettività. La carrellata ininterrotta di amplessi e di uso diffuso di droga, lo sfoggio del degrado e dell'assenza dell'autorità non esalta nemmeno il lato animale degli adolescenti: è solo vuoto esibizionismo e come tale dovrebbe essere trattato.

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