FESTIVAL DI ROMA 2012 – “Sono quattordici anni che inseguo questa storia tra teatro e cinema”. Incontro con Alessandro Gassman

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Con Razzabastarda, nella sezione “Prospettive Italia”, Alessandro Gassman segna il suo esordio alla regia cinematografica. È un adattamento dell’opera teatrale “Cuba and his Teddy Bear”, che racconta la storia di un rapporto d’amore irrisolto tra un padre, spacciatore di eroina, ed un figlio tossicodipendente. Roman è un clandestino rumeno, che vive nella periferia di Latina ed ha un figlio di 18 anni. Ha uno scopo nella sua vita: consegnare un’esistenza lontana dall’illegalità a Nicu. In conferenza presente anche Francesco Renga, che ha scritto un pezzo inedito

razzabastardaCon Razzabastarda, nella sezione “Prospettive Italia”, Alessandro Gassman segna il suo esordio alla regia cinematografica. È un adattamento dell’opera teatrale “Cuba and his Teddy Bear”, che racconta la storia di un rapporto d’amore irrisolto tra un padre, spacciatore di eroina, ed un figlio tossicodipendente. Roman è un clandestino rumeno, che vive nella periferia di Latina ed ha un figlio di 18 anni. Ha uno scopo nella sua vita: consegnare un’esistenza lontana dall’illegalità a Nicu. In conferenza presente anche Francesco Renga, che ha scritto per il film un pezzo musicale inedito

 
Come è nata la storia?
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Quando nel 1984 ho scoperto l’opera teatrale di Reinaldo Povod, “Cuba and his Teddy Bear”, mi sono subito innamorato della storia. Ancora di più, ha stuzzicato la mia curiosità quando il grande Robert De Niro ha deciso di metterlo in scena a New York. Per tre anni ho portato prima in giro per l’Italia lo spettacolo “Roman e il suo cucciolo” e poi ho deciso di trasporlo sul grande schermo. Grazie al cinema ho avuto l’opportunità di allargare il numero dei collaboratori e degli interpreti e ho potuto lavorare in totale libertà creativa. L’adattamento cinematografico di Vittorio Moroni dimostra che il mezzo filmico si adatta perfettamente a questa storia, entrando nelle pieghe più intime dei due protagonisti e raccontano il loro mondo così brutalmente attuale. Poi, come forse alcuni sanno, io comincio i miei lavori sempre con i dei miei disegni e da quelli parto per elaborare e strutturare le storie che voglio raccontare. Così ho fatto anche stavolta.
 
 
Quali ostacoli ha incontrato nel passaggio dal teatro al cinema?

Tre anni di lavoro, dopo 280.000 spettatori al teatro. Non ho dovuto pensare a me stesso, Roman sembrava esistesse già in me, dopo tante repliche in palcoscenico. Vedendo il film, la sensazione più strana, ma allo stesso tempo eccitante e sorprendente, è stato vedere che il film è esattamente come me lo ero immaginato. È una storia credibile ma non totalmente realistica e credo che anche mio padre l’avrebbe apprezzata, perché priva di particolari orpelli.
 
 
Perché la scelta stilistica di girare in bianco e nero?

In realtà io l’ho sempre immaginato in bianco e nero, perché mi aiutava a rendere l’atmosfera più invernale, visto che la storia si gira in un periodo dell’anno molto freddo. Ho voluto descrivere un mondo senza colori e molte situazioni che di solito mi fanno particolarmente paura, come le scene in cui il corpo viene violentato da aghi, ferite, perdite di sangue. In più, ho chiesto sempre inquadrature dal basso e poca luce sugli eventi, tranne nei flashback in cui compare una cromatura ambrata.
 
 
Quali sono stati i suoi riferimenti cinematografici?

Qualcuno c’ha visto Pasolini. Non credo, anche se sono un suo devoto, basti pensare che ho esordito a teatro con mio padre con un suo testo, “L’affabulazione”, opera complicatissima, dopo la quale sono cominciati i miei attacchi di panico. Scherzo… Penso però che alcuni miei interpreti, se li avesse visti Pasolini, avrebbero travato con lui un impiego fisso al cinema. Ritornando ai miei possibili riferimenti cinematografici, credo di essere stato influenzato per questo film, soprattutto da L’odio di Kassovitz, perché ormai le nostre periferie somigliano sempre più a quelle francesi. Ma anche i film di Larry Clark mi hanno sempre accompagnato, anche quando lavoro a teatro, penso soprattutto ad un film come Ken Park.
 
 
Perché ha scelto la città di Latina come location?

Credo che Latina sia una città in cui oggi la componente multietnica risulti molto forte, ma ci sono anche altre ragioni. Latina, estendendosi su una vasta pianura, ha orizzonti molto limitati e manca di un vero e proprio centro storico. Sembra una vasta e unica periferia e quindi adattissima per la mia storia.
 
 
Ci può parlare del suo rapporto con Francesco Renga…
 
Siamo amici da tanti anni e quindi credo non abbia avuto problemi ad accettare il mio invito a collaborare. Siamo spesso in contatto, al di la del rapporto professionale, e spero sempre che le nostre rispettive compagne non leggano gli sms che ci inviamo, perché potrebbero fraintendere il nostro legame…
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