FESTIVAL DI ROMA 2012 – "Steekspel", di Paul Verhoeven (Cinemaxxi)

Straordinario Paul Verhoeven. Si scende con un infantile piacere dalla sua giostra (Steekspeel), sicuri di aver assistito a un felice esperimento di cinema/vita che può anche essere un pionieristico punto di partenza produttivo. Progetto nato sul web per interagire direttamente con gli utenti, in una sorta di continuo work in progress di scrittura/riprese: la sequenza iniziale di 4 minuti, girata in primis dal regista, è stato il punto di partenza per coinvolgere migliaia di spettatori che hanno scritto la loro personale continuazione. Verhoeven ha poi scelto pezzi di storie altrui convogliandole in un medio metraggio di 52 minuti: un Frankenstein filmico con il cuore in pellicola e il corpo digitale sciolto e condiviso in rete. Una scheggia di cinema espanso, mullerianamemte parlando, che apre la strada al futuro e dichiara a gran voce che il cinema non è morto per niente!

Ed eccolo il progetto “comune” diventare nelle mani di un vecchio artigiano come Verhoeven un qualcosa di appartenente (da sempre) al suo mondo: una famiglia e le sue derive, con un padre fedifrago e una madre Lady Macbeth che tira occultamente le fila; due figli cinicamente disillusi e un parterre di pretendenti al trono aziendale che utilizzerà qualsiasi espediente per accaparrarsi il potere. Verhoeven palleggia tra le immagini e gli spazi, come il Polanski di Carnage, in questo microcosmo iperreale più vero del vero, dove la sua macchina da presa osserva sorniona ma non giudica mai. Perché non c’è proprio niente da giudicare nella nostra (s)piacevole amoralità. La cosa che sorprende di Steekspel è la facilità di riuscire, nel 2012, a stupire ancora lo spettatore non certo con l“attrazionalità” del dispositivo (l’effetto) ma con la composizione/narrazione che sottende. Ossia con i link di immagini/sentimento che lascia a noi sperimentare. Il progetto del futuro, sciolto in rete e scritto direttamente da chi lo fruirà, utilizza le armi più riconoscibili e statutariamente connaturate al cinematografo: il campo-controcampo, la narrazione, il montaggio, come se ogni sequenza instillasse un dubbio risolto e amplificato solo dalla seguente.

Il lato forse più verhoeniano di Steekstel è l’idea di mondo sublimemente femminino e dominato dalle dinamiche del desiderio: le donne viste da un lato come il compasso di Truffaut che misura il globo terrestre e dall’altro come le perturbanti forbici di Verhoeven che (ri)tagliano ogni vecchio cordone ombellicale – una scena, e non diciamo altro, che traccia una linea ideale con Basic Istinct proprio in materia di forbici… – generando ogni rapporto futuro. Film intimamente femminile dove ogni donna inscena una spudorata unidimesionalità agli occhi dell’uomo (bionda o bruna, Hitchcock è lì dietro) che nasconde invece le mille facce diamantine in cui il cinema di Verhoeven si specchia e si alimenta da animale onnivoro come è sempre stato. Il desiderio muove il mondo: la giostra steekpel è una boccata d’aria fresca, caustica e rigenerante, la gioia ritrovata dell’essere un cineasta-spettatore…