FESTIVAL DI ROMA 2012 – "Volevamo una fratellanza un po' utopica" – Incontro con registi e cast di "The Motel Life"


Dopo la buona accoglienza alla proiezione stampa di The Motel Life, i registi, Alan e Gabe Polsky incontrano i giornalisti insieme al protagonista Stephen Dorff, la produttrice Anne Ruark e lo scenografo Brian Smith. In sala, anche Willy Vlautin, l'autore del libro da cui è tratto il film

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Alan e Gabe PolskyDopo la buona accoglienza alla proiezione stampa di The Motel Life, i registi, Alan e Gabe Polsky incontrano i giornalisti insieme al protagonista Stephen Dorff, la produttrice Anne Ruark e lo scenografo Brian Smith. In sala, anche Willy Vlautin, l'autore del libro da cui è tratto il film.

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Cosa vi ha attratto nel romanzo tanto da spingervi a farne un film?

Alan Polsky: Abbiamo letto il libro e ce ne siamo innamorati. La storia è semplice, ma forte e ci siamo chiesti come fosse possibile adattarla per lo schermo, tenendo fede ai personaggi. Si tratta di due fratelli, due artisti che collaborano tra di loro e ci siamo sentiti attratti anche da questo, essendo noi due fratelli che lavorano insieme. Ci affascinavano anche le storie che i due si raccontano perché non sono didattiche e ci permettono di conoscerli meglio.

Nel film, ci sono varie sequenze animate. Come vi è venuto in mente di ricorrere ad esse e come le avete realizzate?

Gabe Polsky: Le storie che Frank e Jerry Lee si raccontano sono molto belle e volevamo incorporarle in qualche modo, in maniera organica senza puntare la macchina da presa sul volto di Frank in modo passivo. Ma come farlo? Ci sono venute in mente le animazioni e abbiamo interpellato vari disegnatori. Mike Smith, un disegnatore di Portland, ci ha proposto la sua idea e ci è piaciuta molto.

Nei disegni si può scorgere un tratto alla Bill Plimpton. Vi siete ispirati a lui?

Alan Polsky: Sì, abbiamo guardato ai suoi disegni. Decisamente ci siamo ispirati a lui. Volevamo uno stile grezzo. Se fosse stato troppo perfetto non avrebbe funzionato, anche perché sono i disegni di Jerry Lee. Abbiamo visto anche i disegni di Steadman e ai quadri di Schiele. Volevamo un'animazione che avesse la forma di bozza.

Dorff, in che modo è riuscito a trovare il disequilibrio di questo personaggio, sospeso tra speranza e morte?

Dorff: Quando ho letto la sceneggiatura, dopo aver fatto Somewhere, ho sentito una connessione con il personaggio. Sapevo di porterlo fare, ma sul come mi hanno guidato i registi. Jerry Lee è un personaggio che ha avuto sfortuna, gli sono capitate una serie di brutte esperienze. Quando ho fatto l'audizione, hanno visto una piccola parte di Jerry Lee e da lì siamo partiti. Alla fine è un uomo buono. Ma è diverso, fisicamente e non, da chi sono io. Anche Emile è stato molto importante nel creare l'interpretazione. Quindi, è stato possibile grazie ai registi, agli attori e un po' d'istinto.

Questa è una produzione fuori dagli schemi rispetto alla Hollywood di oggi. Molto anni '70…

Ruark: Quella era la nostra intenzione. Il merito è dei registi, del direttore della fotografia e di Brian. L'esperienza è stata davvero unica e anche il modo in cui abbiamo lavorato è diverso dal solito.

The Motel LifeNel film, ci sono due fratelli protagonisti. Qual è il rapporto tra i fratelli Polsky invece?

Alan Polsky: Abbiamo un buon rapporto. Nel film, i fratelli si prendono cura l'uno dell'altro in maniera incondizionata. Spesso quando si pensa ai rapporti tra fratelli, si pensa ai conflitti. Così anche per Vlautin che ha un fratello. Ma loro non litigano mai. Volevamo una fratellanza un po' utopica.

Le speranze del film sembrano concentrarsi su Frank mentre Jerry Lee sembra segnato dall'inizio…

Gabe Polsky: In un certo senso…ma poi è Frank quello che verso la fine ha bisogno di una guida. dell'aiuto del fratello sia per i problemi d'alcool, sia per Annie. Forse è Frank quello che dei due ha più bisogno dell'altro. Jerry Lee è lì per lui prima che se ne vada.

Di chi è stata l'idea di scegliere un attore iconico come Kristofferson?

Ruark: Avevamo una lista di nomi possibili. Kristofferson è davvero iconico e magnifico. La sua presenza nei due giorni in cui ha lavorato con noi è stata davvero incredibile.

In film in cui gli attori interpretano personaggi affetti da handicap, spesso questo elemento diventa un modo per sottolineare l'interpretazione dell'attore. Dorff invece quasi scompare. Come ha fatto a distogliere l'attenzione da lei?

Dorff: Non avevo mai fatto un personaggio affetto da handicap. Mi sono incontrato con dei ragazzi della UCLA, ho parlato con loro del loro handicap e immagino che per loro non sia stato semplice. Ma il film vive con l'handicap così come ci vive Jerry Lee, ci si è abituato. Jerry Lee non è stato fortunato e se non avesse avuto questa vita, lui che è sognatore, avrebbe potuto fare molto di più. Poi si sente colpa, sente di aver trasmesso questa sua mala sorte a qualcun altro, ma non ha il coraggio di uccidersi. Il ruolo è davvero ricco ed è stata una sfida per me. 

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